Redazione

Il delitto Raciti non era un episodio isolato, questa
e’ emergenza vera che travalica l’ordine pubblico
e che diventa caso nazionale. Con la strategia ultras
che viaggia da un capo all’altro dello Stivale, si deve
correre ai ripari con le misure più drastiche,
anche a costo di fermare il business legato al calcio

di Maurizio Ferrari

È finita, almeno per chi credeva in un certo calcio. Questa domenica folle, con gli stadi, ma soprattutto le piazze, le strade d’Italia in balìa della violenza ultras, sancisce definitivamente una cesura tra il calcio che tutti conoscevamo e quel tipo di psicosi, virulenta e incontrollabile, che rischia di diventare prassi, non eccezione.

La morte del povero ragazzo sull’Autosole, la tragica fatalità probabilmente non disgiunta da un errore compiuto da un agente di polizia, sono diventati un pretesto da parte delle frange più violente dei tifosi, per scatenare una guerriglia di proporzioni inaudite. Un tipo di guerriglia che mette a rischio tutti, che fa capire che il delitto Raciti non era un episodio isolato, che andava represso, ma che si poteva circostanziare. No, questa è emergenza vera, che travalica l’ordine pubblico strettamente collegato agli eventi sportivi, che diventa caso nazionale, come alcuni passaggi della nostra Repubblica, il Sessantotto, certe manifestazioni di piazza politiche o sindacali sfociate in violenza.

Nessuno si può chiamare fuori: gli episodi sono stati gravi al Nord (Milano e Bergamo), come al Centro (Roma) e al Sud (Taranto). Non è più possibile continuare così, contando i morti e facendo la cernita dei danni. Il costo non è più sostenibile e si deve correre ai ripari con le misure più drastiche, anche a costo di fermare un business dai contorni sempre più sterminati come il campionato di calcio.

La saldatura tra gruppi ultras – che in partenza sembravano lontanissimi tra loro, ma che hanno trovato nella “caccia al poliziotto” il comune denominatore per scatenare la loro inaudita violenza – non può più ridurre i provvedimenti su una scala di semplice repressione sportiva. Anche perché ormai, sapendo che gli stadi sono difficilmente espugnabili (anche se Bergamo insegna che non è sempre così), la strategia ultras viaggia da un capo all’altro dello Stivale e si sviluppa nelle piazze.

Quello che è accaduto a Roma ha dell’incredibile: una città prigioniera dell’odio e della violenza che ha visto saccheggiata la sede del Coni e assaltate caserme di carabinieri e polizia, con incendi, scontri e sassate che davvero ci proiettavano in un’altra era, quella che Sergio Zavoli definì «la notte della Repubblica».

Ora, se non vogliamo che il mondo torni a guardarci con sospetto, dobbiamo agire senza più scrupoli, trattando come reali delinquenti quelli che per troppo tempo abbiamo continuato a chiamare tifosi. Non bastano più Osservatori, tornelli o prefiltraggi: senza scomodare Rudolph Giuliani, o si arriva sul serio alla tolleranza-zero o il nostro adorato pallone finirà la sua corsa per sempre.

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