Nell’annuale Convegno della Vigilia della Giornata diocesana della Solidarietà, si è affrontato il tema di un bene che, come ha sottolineato il relatore, Silvano Petrosino, «non è semplice beneficenza»

di Annamaria BRACCINI

Il bene che, ormai, fin troppo spesso nelle nostre terre così ricche di cose, denari, cinismo, diventa uno mezzo per far parlare di sé, più che essere un autentico dono. Proprio perché “dare” non significa immediatamente “donare” e il bene può persino tramutarsi in una merce, in uno strumento di narcisismo.

Nel tradizionale Convegno della Vigilia della Giornata Diocesana della Solidarietà, che si svolge presso il Cinema Teatro “Palestrina” – una delle storiche Sale della Comunità di Milano – si parla, di “Solidarietà come stile di costruzione della storia”. Apre i Lavori, don Walter Magnoni, responsabile del Servizio per la Pastorale Sociale e del Lavoro, che spiega: «vogliamo offrire degli stimoli per uscire da un’interpretazione della solidarietà che spesso, oggi, cade nell’ovvietà. Nascono, così, una serie di insidie che vanno riconosciute, smascherate e decostruite per provare a vivere, come cristiani, quelle logiche di solidarietà che il Signore stesso ci mostra nel cammino biblico». Scelta del tema di quest’anno, dunque, particolarmente opportuna, considerando anche quanto lo stesso papa Francesco scrive in Evangelii Gaudium notando che “La parola solidarietà, un po’ logorata e a volte interpretata male, indica molto più di qualche atto sporadico di generosità”.

In questo contesto, infatti, il relatore della mattinata di studio, Silvano Petrosino, docente di Filosofia della Comunicazione all’Università Cattolica di Milano, approfondisce la questione a partire da un titolo – “La solidarietà: ri-flessione su un termine logorato” – che già delinea il senso complessivo del suo intervento.

«La centralità dell’uomo riguarda il bene e l’umano è al centro dell’universo quando fa il bene», scandisce Petrosino, in un intervento davvero brillante che le circa duecento persone presenti ascoltano con grande interesse, specie quando il discorso arriva al “cuore” del problema con molta franchezza. «La nostra somiglianza con Dio riguarda il bene, la sua centralità nell’umano, tanto che già Platone poneva il bene come al di sopra dell’essere».

Un bene, quindi, che è molto di più dell’ “essere buoni, magari in maniera politically correct ”, ma che anzi porta in sé un carattere rivoluzionario; e, ancora, bene con la “b” minuscola che è nascosto, mai eclatante e che va riconosciuto. «Il bene vero è talmente rivoluzionario, che, in giro, ce n’è poco», sintetizza il relatore che aggiunge: «Si può ‘dare’ e non donare, ricevere e non accogliere. A volte, il bene in eccesso è un narcisismo camuffato».

Da qui, due pericoli gravi. «Anzitutto, se consideriamo il bene un’ovvieta, non ne cogliamo il carattere trasgressivo finendo per fare solo della beneficenza che è, come diceva Baudrillart, una “lubrificazione sociale”». Gli esempi quotidiani, purtroppo, non mancano: «Questa società che sfrutta, fa beneficenza, ma non aumenta i salari dei ragazzi sfruttati o che muoiono in laboratori clandestini, per giornate in cui si lavora per 12 o 14 ore continue», osserva Petrosino.

Anche il secondo pericolo è sotto gli occhi di tutti: «Tra le mani dell’uomo il bene si trasforma spesso in male. Non a caso, la parola che la Bibbia gioca nella grande partita tra Dio e l’uomo, è la giustizia». Quella che è l’anti-idolatria per eccellenza, e che, invece «si trasforma in vendetta, in giustizialismo, così come la solidarietà che è un bene, rischia di trasformarsi in una sorta di rigurgito narcisistico.

Per questo, «un aiuto che si può offrire per sfuggire a simili derive riguardo al tema del dono e della gratuità – conclude Petrosino – è, appunto, non darli per ovvi o per scontati, ma sottoporli sempre a una de-strutturazione. Ossia riflettere in profondità senza farne dei moderni idoli questa sorta di consenso generalizzato sulla solidarietà rischia di trasformarsi in una “palude” dove a prevalere è molto di frequente il narcisismo e la voglia di “essere buoni”, senza volere in realtà cambiare nulla della società e delle sue ingiustizie».

Situazioni nelle quali molte volte è più importante l’impegno quotidiano che i grandi proclami, come si è reso evidente in alcune esperienze vissute dalla Caritas di Lecco e raccontate al Convegno da Giovanna Fazzini. Come quella di Mario, 63 anni, una vita “senza fissa dimora” che dopo aver usufruito dell’accoglienza notturna di Caritas nell’inverno scorso, è poi, è ora definitivamente accolto in un centro permanente. O quella di un padre di famiglia che, perso il lavoro, grazie al Fondo Solidarietà di Lecco – nato come emanazione locale del Fondo Famiglia Lavoro – ha potuto lavorare in una Cooperativa sociale e riguadagnare la sua dignità. O ancora come la storia di Tino che, raggiunta l’agognata pensione, ormai da lunedì a sabato compreso, lavora alla mensa di San Nicolò come volontario coordinatore del servizio. E belle anche altre realtà portate al Convegno: l’attività delle Acli e l’Agriturismo “La stella” di Legnano, legata alla Coldiretti.

«La crisi è così forte che chiede di pensare a nuovi paradigmi anche per quanto attiene alla solidarietà», dice concludendo monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la Carità, la Missione e l’Azione sociale. «Occorre pensare e lavorare mettendosi in gioco in prima persona. Come credenti dobbiamo compiere quello che chiamerei un atto di fede, impegnando la nostra relazione con Dio per cambiare la relazione con i fratelli e viverle insieme. È questa l’intuizione della Giornata diocesana della Solidarietà di quest’anno che vuole aiutare a leggere la difficoltà in atto, ma anche la capacità che abbiamo, a livello capillare, di generare futuro e stimolare risorse. Solo così si costruisce il domani attraverso la speranza di cui la gente ha bisogno, come il cardinale Scola ci ha ricordato, anche pochi giorni fa, nel suo intervento al Consiglio Regionale Lombardo».

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