Il centenario della morte è stato ricco di iniziative spirituali e culturali, che hanno coinvolto la diocesi di Cremona e le comunità dove le Suore Adoratrici di Rivolta d’Adda sono presenti col loro carisma e la loro appassionata dedizione

di don Arturo BELLINI
Direttore de “L’Angelo in Famiglia”

Il Beato Spinelli
Don Francesco Spinelli

Che cosa può offrire di buono, all’uomo di oggi, un santo di cento anni fa come Francesco Spinelli? Che cosa può consegnare di speciale e di significativo un prete dell’Ottocento, all’uomo post moderno, che sta crescendo con l’idea che l’uomo è libero di fare e disfare a piacere suo? Come può una vicenda, lontana negli anni, interessare questa nostra generazione, presa all’amo dall’esca dell’autosufficienza e ammaliata dall’illusione di potersi realizzare da se stessa?

Il vento dello Spirito

Il beato Francesco Spinelli è, come ogni cristiano, una lettera aperta. Una lettera, scritta dalla mano dello Spirito Santo, riproposta agli uomini e alle donne, in un tempo, il nostro, di rassegnazione e risentimento per le mancate promesse della storia e di grande incertezza sul futuro. Francesco Spinelli porta in primo piano l’opera dello Spirito. Dio non si stanca mai. Opera sempre, anche nelle situazioni più imprevedibili. La sua azione è paziente, tenace e creativa. Cerca le strade per svegliare l’anima di chi non si avvede che, giorno dopo giorno, con l’aria che respira, gli entra in vena la voracità dell’io, quella strana e devastante ingordigia, che si porta dietro un corteo di germi nocivi che rendono miope lo sguardo sul disegno di Dio sull’uomo e sulla storia e distruggono i globuli buoni della responsabilità personale, familiare e sociale e compromettono la reciprocità della condivisione.

Le suore Adoratrici di Rivolta d’Adda, con le numerose iniziative messe in campo, hanno semplicemente compiuto un’opera di straordinaria manutenzione, per dare visibilità al fuoco dell’amore appassionato che lo Spirito Santo ha acceso nel cuore del Beato Francesco Spinelli e hanno dato voce all’invocazione che il vento dello Spirito tenga vivo, non solo nel loro cuore di consacrate, il carisma ricevuto in dono, ma che alimenti anche nella Chiesa e in ciascun cristiano il convincimento che la vera vicinanza alla società di oggi non viene dall’efficienza organizzativa o da strutture ben adeguate, ma primariamente da una profonda e vera esperienza di Dio.

L’adorazione è l’amore

La vicenda spirituale del beato Francesco Spinelli, con la sua dedizione che si consuma nella passione per Dio e per l’uomo, riporta all’essenziale del Vangelo. La sua fiamma ardente ricorda al cristiano che il primo passo per crescere nel dono sincero di sé è stare con Gesù, ascoltare la sua Parola, parlare con lui e attingere da lui la carità a sollievo del povero.

In che modo? Mediante la preghiera di adorazione. Questa è via privilegiata per coltivare la relazione con Dio. Senza un autentico e vero legame con Gesù Cristo, ogni parola su Dio diviene fragile e inconsistente. Ogni vero amore vive di reciprocità, fatta di sguardi, di silenzi intensi, ed eloquenti, di gesti pieni di rispetto e di venerazione. Quando manca questa dimensione, ogni cosa, perfino la comunione sacramentale, può diventare cosa abitudinaria e superficiale. L’adorazione è l’amore. E l’amore di Dio non limita, non mette recinti, non distrugge, ma trasforma e ricrea, dona slancio e forza.

Le pagine della vita del beato Francesco Spinelli sono scritte in presa diretta con Dio, perché egli sapeva bene che, solo dal Cuore trafitto del Redentore scaturisce per ogni essere umano la sorgente inesauribile dell’amore disinteressato, che purifica e rinnova. Sulla prima e l’ultima pagina della sua vita stanno il Presepio e il Calvario, avvio e compimento di quel poema immenso, divino, ineffabile d’amore e di sacrificio che è tutta la vita di Gesù Cristo, che spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo. Alla base, poi, della sua ispirazione carismatica sta lo stile del servo, che è quello dell’Incarnazione.

La sfida di Nazareth e la sfida del Calvario

Nazareth e il Calvario sono l’habitat dove si apprende la verità dell’uomo, pensato e amato da Dio. L’habitat che il beato Francesco Spinelli ha abitato, dando volto al Vangelo, seguendo, con semplicità di spirito, la mappa di Dio.

La lettera della sua vita è messaggio profetico che sfida ad attraversare il deserto del senso, da credenti, forti e perseveranti nella certezza che stare con il Signore è l’essenza di tutte le opere essenziali della Chiesa.

«Il mistero e la realtà della Chiesa – scriveva qualche tempo fa il cardinale Hummes – non si riducono alla struttura gerarchica, alla liturgia, ai sacramenti e agli ordinamenti giuridici. Infatti, la natura intima della Chiesa e l’origine prima della sua efficacia santificatrice, vanno ricercate nella mistica unione con Cristo». Detto semplicemente, occorre ritrovare il baricentro della vita cristiana e rimettere in asse ogni cosa, a partire da Gesù. Proprio come insegna il beato Spinelli, che fu veramente straordinario nel vivere la vita ordinaria, fatta di spirito soprannaturale e di dovere, compiuto sempre con costanza, con prontezza generosa e ilarità di spirito.

Abbandonato nelle braccia di Dio

La vita di don Francesco Spinelli non fu una strada larga e spaziosa, ma stretta e tortuosa, avvolta di nebbia, per niente estranea alla lotta della fede e della paura, che sono tratti evidenti della cultura odierna. Mentre viveva il dramma per il fallimento (1888), scrive a un amico: «Se mai venisse a turbarvi qualche pensiero: che sarà di me, quale il mio avvenire, mettetevi in pace e abbandonatevi interamente nella braccia di Dio».

E con tenacia evangelica non fece mai mancare olio alla sua lampada, per illuminare la notte di spaesati ed esiliati. Per questo J. Christophe Gauthey, abate di Sainte Marie Magdeleine di Marsiglia, quando per le leggi eversive del governo di Francia (1904) dovette esiliare, potè trovare a Lenno fraterna accoglienza. Così scrisse due giorni dopo la morte di Francesco Spinelli: «Quando, nelle mie indagini di un asilo per i miei fratelli espulsi, abbordai a Lenno, don Francesco Spinelli, senza conoscermi, mi accolse a riva e mi prodigò le delicatezze della più squisita ospitalità. L’incontro con questo santo prete e la sua carità mi toccarono il cuore e mi avevano consolato nella tristezza dell’esilio. L’amiamo come un tenero amico e lo veneriamo come un santo».

La lettera viva del beato Francesco Spinelli è ora affidata anche a noi per continuare il cammino nei solchi lasciati dal suo passaggio e dal passaggio ininterrotto di straordinari interpreti del Vangelo che, nel nome di Gesù, hanno saputo offrire un bicchier d’acqua ai piccoli della storia.

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