L’unico criterio-guida del progetto diocesano è la condizione di bisogno, non il colore della pelle o il Paese di provenienza. Nessuna preferenza per gli stranieri, quindi, visto che gli italiani beneficiari rappresentano il 40% del totale. In corso una riflessione in vista di un nuovo rilancio

di Francesco CHIAVARINI

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La crisi non ha chiesto il permesso di soggiorno. Ha colpito non solo gli ultimi arrivati, gli stranieri, ma anche i penultimi: gli italiani più deboli, quelli che spesso si trovano in concorrenza con gli immigrati e che sono le vittime predestinate, oltre che del disagio sociale, anche dei messaggi più strumentali della politica alla ricerca di facili e immediati consensi.

Uno dei meriti del Fondo Famiglia Lavoro è stato proprio questo: contribuire a disinnescare nei quartieri periferici e nei Comuni più ai margini quella potenziale guerra tra poveri che finora nell’area metropolitana di Milano non è esplosa in manifestazioni violente, come invece a Parigi e Londra. A quasi tre anni dal suo rilancio gli aiuti sono stati indirizzati a chi ne aveva bisogno, senza guardare al colore delle pelle, al Paese di provenienza, all’origine etnica. Il risultato è stato che gli italiani sono stati il 40% dei beneficiari, gli stranieri il 60%.

Certo non si può dire che gli uni e gli altri si siano spartiti proprio la stessa fetta di torta, ma la differenza tra quello che hanno ottenuto i nostri connazionali non autorizza nessuno a sostenere una presunta predilezione per chi viene da un altro Paese. Il solo criterio utilizzato è stato quello della condizione di bisogno. Ed è stata una scelta saggia che ha consentito finora alle nostre comunità di assorbire i contraccolpi sul tessuto sociale di migliaia di posti di lavoro persi e di centinaia di aziende chiuse: un’emorragia di cui solo ora si vede una inversione di tendenza, ma non ancora la fine.

Tre anni sono un tempo sufficiente per trare un bilancio e anche interrogarsi sulle prospettive future. Buono è stato l’andamento delle offerte. Anche nei momenti più difficili il flusso di risorse è stato costante, garantito soprattutto da piccoli donatori, con una media di offerte complessiva al mese di 100mila euro. Questo continuo approvvigionamento ha permesso dall’inizio del 2013 a oggi di erogare 6.764.435 euro a 3317 persone. Prevalentemente uomini, di mezza età, con un profilo professionale medio-basso, nessuna conoscenza delle lingue, scarsa competenza informatica: gli ultimi e i penultimi, appunto, che hanno visto improvvisamente vacillare l’equilibrio su cui, seppur in modo precario, si reggevano.

Solo 891 utenti hanno beneficiato della semplice assistenza. L’azione prevalente, infatti, ha riguardato l’area lavoro: ben 2.363 sono stati i destinatari di interventi in questo ambito (ricerca attiva al lavoro, corsi di riqualificazione professionale, tirocini). Notevole la varietà delle proposte formative, selezionate dai centri di ascolto, nei territori a seconda delle richieste del mercato: corsi per magazziniere, saldatore, panettiere, aiuto dentista, persino dog-sitter. Proprio il successo dei tirocini e dei corsi di riqualificazione professionale sta facendo maturare la decisone ai vertici del progetto di potenziare questi strumenti e a implementare queste misure in vista di un nuovo rilancio del Fondo.

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