È il giudizio complessivo di monsignor Mario Delpini, Vicario generale della Diocesi, che ha guidato la delegazione ambrosiana in Brasile: «Un’esplosione di gioia che riconcilia con la fatica d’essere vivi in questo tempo»

di Annamaria BRACCINI

Monsignor Mario Delpini

Il bilancio, se solo si guarda ai numeri, è evidentemente trionfale: la Giornata mondiale della Gioventù “della tenerezza” era comunque difficile immaginarla così. E poi, la parola bilancio «sarebbe conclusione e, invece si è trattato di un mandato, di una seminagione – dice monsignor Mario Delpini, Vicario generale della Diocesi, che ha guidato la delegazione ambrosiana in Brasile -. Il bilancio sarebbe un elenco di voci positive e negative: invece la Giornata è stato l’evento di una rivelazione, un’esplosione di gioia che riconcilia con la complessità e la fatica d’essere vivi in questo tempo, in questa Chiesa».

Con immagini che hanno fatto il giro del mondo, c’era il rischio di «scambiare la Gmg per un festival rock», come già aveva ammonito qualche anno fa Benedetto XVI. Che impressione ha avuto, riguardo soprattutto ai giovani ambrosiani?
Insieme al canto e alla danza abbiamo vissuto il silenzio e la preghiera, oltre alla notte sulla spiaggia di Copacabana al cospetto delle stelle e dell’oceano, abbiamo percorso i chilometri di avvicinamento e la pazienza dell’attesa. La Giornata non era fatta solo dagli eventi con il Papa: per i nostri giovani pellegrini la Gmg è stata anche la conoscenza di famiglie ospitali, generose oltre ogni aspettativa, la preghiera che ha ritmato i giorni, l’incontro con un modo di celebrare, di essere Chiesa e di vivere, che provocano a pensare. Mi pare che anche l’entusiasmo intorno a Papa Francesco abbia avuto il significato di una sorta di preparazione all’ascolto. Le sue parole sono state semplici, ma hanno posto domande impegnative. «Ora ciascuno di voi risponda, ma in silenzio, nel proprio cuore», ha detto infatti, più volte. Ho avuto l’impressione che ci siano state tutte le condizioni per fare della Gmg un evento di Chiesa e di spiritualità.

Un evento spirituale in salsa carioca…
Sì, propiziato dai molti linguaggi: la musica e il silenzio, l’esuberanza della danza e la commozione della testimonianza, la fantasia delle scenografie e il linguaggio sobrio e intenso della liturgia.

Nella sua terza catechesi lei ha scandito: «La missione non è un’impresa solitaria. C’è un modo di essere insieme che diventa motore di grandi imprese». Un trampolino di lancio per diventare «giocatori nella squadra di Cristo», come ha tweettato Papa Francesco. La speranza cristiana può essere davvero una “virtù per giovani”?
La speranza cristiana è una virtù che si vive insieme, nella Chiesa: è per adulti nella fede; per uomini e donne che credono nella promessa di Gesù. Per questo la speranza cristiana è la virtù di tutti i credenti che rispondono alla loro vocazione e decidono di fare della loro vita un dono. Insomma, per giovani che desiderano diventare adulti e che sospirano la definitività.

Dica la verità: anche lei ha fatto il flash mob?
Devo confessare che non avevo capito che fosse obbligatorio. Perciò ho continuato a pregare per il Papa e a gioire della sua presenza in modi più congeniali alla mia struttura “varesotta”.

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