Presentato in “Cattolica”, durante l’incontro “Giovanni Paolo II, il papa dei due millenni, il volume del cardinale Stanislao Dziwisz, “Ho vissuto con un Santo”. Conversazione con Gianfranco Svidercoschi. Nel suo intervento il cardinale Scola ha ricordato i suoi molti legami con Karol Wojtyla

di Annamaria BRACCINI

Svidercoschi Cattolica

“Il Papa dei due millenni, dell’incarnazione, il Papa che ha mostrato il volto di Dio e il volto umano di Dio soprattutto ai giovani”. La presentazione del volume dell’allora segretario di Giovanni Paolo II e, oggi, suo successore come arcivescovo di Cracovia, il cardinale Stanislaw Dziwisz, è molto di più di un momento accademico o formale – seppure di intensa preparazione, a un mese esatto dalla Canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII –: è un dialogo che pare svilupparsi, presso l’Università Cattolica, tra il Pontefice futuro santo, i testimoni che lo conobbero da vicino, come il cardinale Scola e i moltissimi che affollano l’Aula Magna dell’Ateneo. «In questo libro, scritto con originalità, ho ritrovato la freschezza, la capacità propositiva, il sorriso del Papa ed è tornata con forza nel mio cuore la sua tensione piena alla santità», dice subito l’Arcivescovo.

«Ho avuto tante occasioni di incontrare Giovanni Paolo II, come rettore della Pontificia Università Lateranense e preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi su matrimonio e famiglia, come Vescovo e Patriarca di Venezia», ricorda.

«La Canonizzazione, richiamando la parola “Canone”, ossia una regola di vita, ci provoca a interrogarci di persona e comunitariamente su cosa sia l’essere cristiani oggi. Un santo è il riconoscimento che Gesù Cristo in persona è stato all’opera durante tutta la vita di colui che viene canonizzato in modo tale che in lui possiamo vedere il Signore stesso, l’incarnazione vivente, il prolungamento dell’evento di Gesù Cristo».

Come a dire, i santi ci sono sempre vicini – e lo sarà Giovanni Paolo – per reggere, sorreggere e, se necessario, correggere il nostro cammino. Da qui alcuni elementi del futuro Santo, che il Cardinale sottolinea

«Wojtyla con la sua fede, la sua vita, la sua missione, aveva legato strettamente la causa del Vangelo alla causa dell’uomo, il primato di Dio alla centralità della persona. Questa è l’attitudine profonda del testimone. Basti pensare alla forza con cui seppe rimettere in auge la Dottrina sociale svalutata anche da una parte dei cattolici. E così, parlando di diritti dell’uomo, facendosi suo testimone, propose quei contenuti con un linguaggio amante di tutti i fratelli. Wojtyla ci mostrato che la Chiesa non è per sé, ma per la missione, per far trasparire Cristo, luce delle genti». Il pensiero del Cardinale va anche alla capacità che fu del Papa polacco, giovane vescovo al Vaticano II, di tradurre nella quotidiana pratica ecclesiale, il Concilio. «Straordinaria la sua capacità di essere in relazione intima con Cristo. Ciò che colpiva era che la sua relazione con Dio. Ricordo – aggiunge il Cardinale – che nel mese di febbraio 1979 rimasi sconvolto dalla modalità con cui celebrava Messa, immergendosi totalmente nel sacrifico di Cristo, nell’evento della Trinità. Penso anche alla recita dell’Angelus che poteva durare 10 o 15 minuti, tanto era il suo rapimento in Dio».

E, poi, l’auspicio: «I santi sono la forma nel magma della nostra vita che ci invitano a eliminare il superfluo, per andare al cuore. La Canonizzazione ci consente di pregare i santi perché intercedano per noi presso Dio. Sarebbe bello che riscoprissimo anche una forma di intercessione “orizzontale”, nei nostri rapporti umani di tutti i giorni. Chiediamo, in questa occasione che la Chiesa ci dona, che i due Santi siano realmente sostegno per la nostra vita personale, comunitaria e universitaria»

E, certo, fa un poco impressione vedere, in un bel filmato proposto durante l’incontro, un Santo che,. nel 1983, entra da quella stessa porta della grande Aula Magna dove ora lo si ricorda con straordinario affetto, quello che il tempo non riesce a scalfire, anzi aumenta.

Il rettore, Franco Anelli, richiama «la vicinanza di Wojtyla all’Università Cattolica avendo potuto arricchirci di uno sguardo benevolo e paterno che egli sempre ebbe per l’Ateneo come luogo di elaborazione del pensiero», fin dai tempi in cui il futuro Pontefice era professore alla “Cattolica” di Lublino, «università che oggi porta il suo nome e con cui manteniamo stretti legami», spiega.

E se per il direttore della Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali, Lorenzo Ornaghi, il Papa fu appunto «l’uomo della libertà, capace di coniugare in modo straordinario esistenza e missione», per il giornalista Luigi Geninazzi che conobbe il vescovo di Cracovia nei primi anni Ottanta, «molto è ancora da dire e da scoprire nel pontificato e nella stessa vita di Giovanni Paolo II».

Corrispondente di “Avvenire” in Polonia, Geninazzi non ha dubbi: «in ventisette anni di pontificato, uno dei più lunghi della storia, egli fu il primo leader globale del mondo, autorità riconosciuta anche dai non credenti. Credo, tuttavia – sottolinea – che siamo chiamati a guardare a questa figura in modo diverso, non solo ad ammirare tutto ciò che ha fatto, ma a chiederci perché lo ha fatto». E che l’uomo Wojtyla fosse «persona maestosa e cordiale, che suscitava grande fascino, al cui potere magnetico è impossibile resistere », se ne era accorto, forse tra i primi, anche padre Congar che lo aveva conosciuto giovane vescovo al Concilio. «Era impressionante vederlo pregare, era visibilmente conquistato da una presenza invisibile. Era un mistico, un contemplativo d’azione. Il comunismo ha iniziato a crollare, non nel 1989, ma dieci anni prima quando un uomo vestito di bianco in visita alla sua Polonia, ancora comunista, disse che una società senza Dio non può resistere alla storia»

Insomma, un Papa – ma anzitutto un uomo di Dio – della libertà cresciuto con la libertà dei figli di Dio che aveva fiducia nell’uomo e nella misericordia del Padre: non a caso la Canonizzazione avverrà la Domenica della Divina Misericordia, da lui istituita. Il filmato con la visita a un vescovo polacco amico ricoverato presso il Policlinico “Gemelli”, a sole 24 ore dall’elezione al Soglio di un Papa giovane e spiritoso e le immagini dell’incontro a Milano, appunto in “Cattolica”, con gli studenti e i docenti il 23 maggio 1983, mentre gli striscioni rossi e bianchi di Solidarnosc sventolano tra i chiostri, sono un commovente ritorno al passato che non è passato. Come il legame, lungo e coltivato nel tempo con l’Università tutta. Lo illustra la studiosa Maria Bocci che parla di un rapporto nato fin da Cracovia, costruito, poi, negli anni – a marzo 1977 il vescovo Wojtyla fu a Milano presso l’Ateneo – soprattutto grazie all’amicizia con Giancarlo Brasca. E, naturalmente, non si possono dimenticare i ricoveri al Policlinico “Gemelli”, che portarono qualcuno a definirlo “Vaticano 3”. Ed è appena il caso di notare che, a nemmeno due mesi dall’elezione, nell’Aula Nervi, il Papa ricevette oltre settemila studenti della “Cattolica”. In tutto furono tredici gli incontri ufficiali cui si aggiungono udienze private e i messaggi della Giornata Universitaria. L’ultimo incontro nel novembre del 2000, con quell’augurio che rimane «si instauri tra voi un impegno dell’intelligenza con quello di un’autentica esperienza cristiana».

«Questo incontro per me che è stata manifestazione di affetto per Giovanni Paolo II, per l’eredità che ci lascia», conclude Svidercoschi. «Eredità della sua testimonianza umana e intellettuale, della Chiesa che lui ha plasmato. Nell’eredita di Wojtyla c’é molto di Francesco.

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