Le voci di alcuni partecipanti al pellegrinaggio Ismi, guidato dal Vicario generale. L’impatto con una città-ponte tra mondi diversi e l’incontro con il cardinale Puljic

di Ylenia SPINELLI

Vinko Pulijc

«Questi primi giorni a Sarajevo ci stanno catapultando in una dimensione nuova, siamo in una città-ponte di mondi diversi per etnia, cultura, religione, storia… Una piccola Gerusalemme d’Europa, dove fatichiamo ad avere chiarezza su confini e questioni ancora troppo vive per essere guardate con cuore pacificato». Così racconta don Andrea Perego, ordinato nel 2012, che insieme ad altri sacerdoti dei primi anni di Messa sta partecipando al pellegrinaggio in Bosnia-Erzegovina, organizzato questa settimana dall’Ismi.

Ad accompagnarli è il Vicario generale, monsignor Mario Delpini, che nella riflessione di ieri ha cercato di riassumere il senso di un pellegrinaggio in un «luogo delle ferite», mentre questa mattina, presso il centro scolastico diocesano, ha tenuto una relazione dal titolo “I figli di Dio costruiscono la pace”. «Questo pellegrinaggio si sta trasformando quasi naturalmente in un incontro di popoli, un’amicizia che fa vivere con mano le grandi questioni che investono la nostra Europa, come il tema del meticciato e del dialogo interreligioso – continua don Perego – ed è proprio di questa richiesta di fratellanza che siamo alla ricerca qua a Sarajevo, anche per le nostre comunità».

Significativo per i giovani preti ambrosiani è stato l’incontro con il cardinale Vinko Puljic, unico leader religioso presente a Sarajevo durante la guerra balcanica agli inizi degli anni Novanta. «Dalla sua testimonianza è emerso un grande dolore per la pulizia etnica, gli stupri e i tantissimi morti – spiega don Andrea Petrone, prete dal 2013 -, ma anche l’esempio di una Chiesa che ha saputo continuare a testimoniare il Vangelo in condizioni difficili e nonostante la perdita di moltissimi fedeli». Puljic ha infatti raccontato agli ambrosiani che in alcune diocesi i cattolici, da 520 mila, si sono ridotti del 45 o del 70%: molti sono morti, altri sono riusciti a scappare come profughi.

Il Cardinale è un uomo che, con il suo coraggio e la sua fede, è diventato un punto di riferimento forte e che tutti (cristiani, musulmani ed ebrei) ancora oggi chiamano «il nostro monsignore». «Ci ha davvero stupiti il pudore con cui ci ha parlato della guerra e del grande rispetto che ha usato per quei ricordi», prosegue don Perego.

Ieri i pellegrini hanno visitato le comunità religiose presenti a Sarajevo: quella islamica, quella ebraica e quella cristiano ortodossa. «Abbiamo sperimentato quel dialogo interreligioso che lo rende qualcosa di più che un semplice buon vicinato: un’amicizia, un rispetto e una stima reciproca», racconta don Perego.

«I segni della guerra sono ancora evidenti nei palazzi non ancora ricostruiti o pieni dei buchi delle pallottole – aggiunge don Petrone -. Eppure nei racconti dei rappresentanti delle varie comunità si legge il desiderio di un cammino basato sul confronto, sullo scambio, su un dialogo ancora possibile, nonostante le difficoltà».

Oggi pomeriggio i preti ambrosiani incontreranno alcuni reduci dei campi di concentramento e ascolteranno la testimonianza di altri “percorsi di riconciliazione” interetnici con cui la gente sta cercando di andare avanti vivendo insieme, poi giovedì è in programma il trasferimento a Mostar. Conclude don Perego: «Sicuramente Sarajevo ha molto da insegnare a chi si chiede come vivere la comunione, anche fuori dai nostri ambienti, anche con quelli che consideriamo “i diversi”».

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