La Cappella Musicale della cattedrale ha aperto ieri sera, martedì 29 maggio, le iniziative culturali legate al Family 2012 con una performance corale e strumentale ideata e diretta da don Claudio Burgio, in un “dialogo” fra il vangelo di Luca e le esperienze di una famiglia di oggi. Le riflessioni dell’arciprete, mons. Luigi Manganini, e di don Gino Rigoldi.

di Giovanni GUZZI

Cappella musicale Duomo Family

Gesù a dodici anni, meditazione in musica per soli, coro, organo, pianoforte, clarinetto e archi, ha aperto ieri sera il “fronte” delle numerose iniziative culturali che accompagnano i lavori di Family 2012. Autore delle musiche, inedite, e direttore dell’ensemble che le ha eseguite don Claudio Burgio, Maestro della Cappella Musicale del Duomo e Cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano.

Mons. Luigi Manganini, Arciprete del Duomo presentatosi come «un parroco che in Cattedrale rappresenta tutti i giorni l’Arcivescovo», ha introdotto la serata spiegando che l’iniziativa «si è voluta inserire nel contesto di Family 2012 prendendo in considerazione le dinamiche familiari che scaturiscono dall’interazione fra genitori e figli preadolescenti e adolescenti» ed ha voluto fondare la riflessione «sulla figura del giovane Gesù delineata nel Vangelo in Luca 2,41-52».

Da parte sua don Claudio, che oltre a dirigere i musicisti ha anche condotto la serata (nella sua articolazione di alternanze fra brani musicali e dialogo della famiglia Sbertoli con don Gino Rigoldi, presente in veste di esperto in pedagogia delle relazioni fra genitori e adolescenti), ha descritto la proposta come il tentativo di «offrire lo spaccato di una famiglia normale di cui si sono volute indagare le ordinarie difficoltà che si presentano nel dipanarsi di relazioni familiari importanti fra due mondi così lontani quali sono il mondo degli adulti e quello dei giovani, una concertazione difficile come lo è, nella sua esperienza, quella fra il mondo del Duomo e il mondo del carcere».

«Si sono voluti proporre – ha continuato don Burgio – genitori normali di una famiglia particolare, colti nella loro ansia per il fatto di non riuscire a comprendere il figlio». E significativo è il fatto che la proposta venga dalla Cappella Musicale del Duomo, «una famiglia di famiglie che attraversa più di sei secoli».

Il capitolo di Luca è stato perciò suddiviso in tre quadri: Maria e Giuseppe che, di ritorno da Gerusalemme, non trovano più Gesù nella carovana e lo cercano preoccupati; il ritrovamento di Gesù fra i dottori nel tempio e la domanda «Figlio, perché ci hai fatto così?»; ed infine la risposta «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del padre mio?».

Musicalmente, il testo di ciascuno di essi è stato cantato, pressoché letteralmente, a 4 voci dispari dalla Cappella introdotta, nel primo quadro, da Alessandro La Ciacera che al pianoforte ha dettato il tema musicale ripreso e rilanciato dal quartetto d’archi Poseidon di Varese, dapprima da viola (Roberto Mazzoni) e violoncello (Antonio Visioli), quindi dai violini (Francesco Postorivo e Pirro Gjikondi) in un crescendo sostenuto all’organo da Emanuele Vianelli per arrivare alla chiusura di ogni versetto sottolineata dal clarinetto di Lorenzo Paini e al successivo “riposo” strumentale contrapposto alla tensione espressiva del coro.

Nel secondo quadro il tappeto sonoro degli archi ha preparato la proposizione del tema, questa volta affidata al clarinetto al quale si è giustapposto il piano mentre la vocalità del coro, ad andamento “ondeggiante”, cantava ogni versetto lasciandolo “galleggiare” quasi sospeso fra le navate del Duomo dove veniva raggiunto e “sospinto verso l’alto” dall’incalzare del successivo fino a culminare nell’ingresso della voce di soprano (Roberta Frameglia) a scandire la preoccupata trepidazione della domanda della Madonna.

Il tono per lo più drammatico della composizione si è stemperato, infine, nel terzo quadro in cui alla voce bianca solista è stata affidata la risposta (da don Rigoldi definita un po’ “antipatica”) di Gesù che poi ritorna “sottomesso” alla vita quotidiana in una sorta di “fugato” del violoncello poi ripreso da tutto l’ensemble strumentale.

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