La riflessione del Vicario generale monsignor Delpini nella seconda Via Crucis in Duomo: solo tenendo lo sguardo sul Crocefisso comprendiamo la vera salvezza, che sa passare dal «basta» all’«Eccomi» della Veronica o del Cireneo

di Annamaria BRACCINI

Via Crucis 2014

Dal «basta» gridato con rabbia, con dolore, molto spesso con ragione, all’«eccomi» di chi è capace di stare accanto alla Croce, di chi riesce a passare dalle parole alla realtà della vicinanza, non cadendo nella fin troppo facile tentazione dell’indignazione, pur giustificata.

La seconda Via Crucis del cammino catechetico della Quaresima 2104, guidata dal Vicario generale, monsignor Mario Delpini – il cardinale Scola è a Roma per il Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, «ma il suo pensiero e la sua preghiera sono con noi», spiega il Vicario – non dimentica il presente, con le sue tante ingiustizie, ma lo “porta” ai piedi di quell’innocente crocifisso che è emblema di tutti gli innocenti e di ogni sofferenza. 

E così in Duomo – dopo la sempre bella elevazione musicale con le musiche di Mendelssohn e le Cinque Corali di Brahms, eseguita dal maestro Vianelli al grande Organo, e la lettura dei brani evangelici e delle testimonianze di Romano il Melode, di Olivier Clément, di Paul Claudel e di San Carlo – risuonano, scandite con una forza particolare, parole che vanno diritte al cuore.

Si ripercorrono, in questo secondo appuntamento dal titolo “Portò i nostri peccati”, la IV, V, VI e VII Stazione; sono presenti, tra migliaia di altri fedeli, gli abitanti della Zona pastorale I (Milano) e gli appartenenti ad Azione Cattolica, Apostolato della preghiera, Comunità di Sant’Egidio e Cellule parrocchiali di Evangelizzazione, invitati in maniera specifica per la serata.

A turno viene portata la Croce, fino a passare nelle mani di monsignor Delpini nell’ultima Stazione, prima della sua omelia che parla di tentazioni e di Grazia: quelle che ognuno – anche i vescovi e i preti – sentono di questi tempi. «Basta con lo scandalo della ricchezza, basta con i ricchi che si arricchiscono rubando ai poveri, basta con i soldi usati per far soldi invece che per il bene comune, basta con la ricchezza che diventa un potere indiscutibile e una ragione per avere sempre ragione, basta con la ricchezza sprecata per i capricci alla faccia dei poveri che diventano più poveri», dice. E sono anche altre le vergogne che tornano alla mente: «L’ossessione delle procedure che impedisce di procedere, l’apparato mantenuto da coloro che ne sono vittime, la zavorra che impedisce di camminare, che scoraggia l’intraprendenza, che complica la vita dei semplici e facilita gli imbrogli dei furbi».

Come non pensare alla gioventù rovinata da falsi esempi, dall’idea di una loro inutilità sul “mercato della speranza”, oltreché del lavoro, da chi suggerisce che la vita non vale niente e può essere buttata via nella esagerazione, nella trasgressione… E forse perché qui, il «basta» diventa quasi un grido di dolore – «basta con gli adulti che vendono alcol e droga ai giovani e restano impuniti e con i genitori che accondiscendono ai capricci e consegnano i loro figli al nulla» – che il Signore ritrova a pieno la sua centralità. Lui, la sua Grazia che chiama alla Sequela, simbolicamente indicata dall’antello che, per l’occasione, dalla diciannovesima grande vetrata dell’abside del Duomo è posto come icona sull’altare maggiore: l’ottocentesco Cristo Crocifisso dalle scene del Nuovo Testamento di Giovanni Battista, Giuseppe e Pompeo Bertini. Un Gesù che pare “esplodere” dal nero cupo del cielo sullo sfondo con il chiarore della sua figura e che, come dice ancora Delpini, «ci ha radunati per farci grazia, per darci lucidità e forza per respingere le tentazioni, invece che sbraitare contro il sistema e i suoi adoratori, invece che aizzare il risentimento e fantasticare di improbabili rivoluzioni».

Solo tenendo fisso lo sguardo su di Lui, inerme e fragile, comprendiamo, infatti, la vera salvezza: quella che sa passare, appunto, dal «basta» all’«Eccomi» che fu della Veronica o del Cireneo. «Eccomi» che si fa desiderio in tutti coloro che, anche nel Terzo millennio, sanno ancora fare una carezza, asciugare il pianto, sopportare il proprio tratto di calvario. Questo è “lo spettacolo della croce” «che fa nascere anche in ciascuno di noi una commozione, un interrogativo, uno slancio. Di fronte al soffrire ci sentiamo chiamati: “Eccomi! Il peso sia condiviso, il dolore consolato, l’ingiustizia combattuta».

È di fronte a un tale “spettacolo” che sta, allora, quello definito «commovente e incoraggiante» delle nostre comunità, con la loro storia e il presente, con una «folla sterminata di cirenei che dicono: eccomi, porto anch’io un poco del tuo peso. Un folla sterminata di veroniche che dicono: eccomi, non manchi neppure a te la consolazione di un gesto di tenerezza». O di un gesto di moderna condivisione, come il partecipare ai progetti internazionali di Caritas Ambrosiana e dalla Pastorale Missionaria della Diocesi, sottolineati per questa Quaresima.  

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