Nella parrocchia di Santa Maria del Carmine un convegno-dibattito che ha avuto per protagonista la Comunità filippina

di p. Gaetano PAROLIN
Parroco di Santa Maria del Carmine

bambini stranieri

Il rapporto fra genitori e figli è un tema delicato e attuale per ogni famiglia e ogni società. Lo è tanto più per le famiglie filippine che abitano in Italia, divise fra genitori che lavorano in Italia e figli che spesso rimangono nel Paese d’origine (i famosi left-behind) e vivono con parenti e amici. Questo il tema dibattuto nel corso di un convegno organizzato dalla parrocchia Santa Maria del Carmine, sabato 28 febbraio: sorprendente è stata la partecipazione, soprattutto degli adolescenti che, lasciato da parte per un paio d’ore il cellulare, hanno seguito con interesse le relazioni e le testimonianze.

Ha aperto i lavori Laura Zanfrini, professore ordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano e responsabile del Centro di Documentazione e del settore Economia e lavoro dell’Ismu. Molto qualificata a parlare dei left-behind, avendo coordinato una ricerca realizzata in collaborazione tra l’Ismu e il Centro Studi Scalabriniano di Manila, ha evidenziato i risvolti problematici di tale esperienza, ma anche le ricadute positive, nella nuova ottica che legge le migrazioni come un progetto, una strategia familiare, più che una avventura individuale. Se l’ideale rimane la famiglia unita, che tra l’altro favorisce l’integrazione, non è da sottovalutare la nuova mobilità familiare, soprattutto se permette un precoce inserimento nella società di arrivo.

Giovanni Giulio Valtolina, docente di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione presso la facoltà di Scienze politiche e sociali della Cattolica, ha definito le varie tipologie di adolescenti. Il primo gruppo è quello dell’identità reattiva, che rimane chiuso nell’identità etnica: considera bella solo la sua cultura e ha per amici solo i connazionali, correndo ovviamente il rischio della chiusura e della non condivisione dei valori. Il secondo gruppo è quello della reazione negativa alla propria cultura: impara presto la lingua e la cultura del Paese ospite, ma non ha radici ed è spesso in conflitto con i genitori. Il terzo gruppo è contrario sia alla propria, sia alla cultura del Paese ospite, col pericolo di restare figlio di nessuno. Il quarto gruppo è quello che riesce a fare integrazione fra le due culture e a sviluppare una personalità integrata.

Alle relazioni sono seguite le testimonianze di tre giovani. Rosalie Palisoc, mamma di due figli, che ha studiato alla Far Eastern University a Manila e ora lavora a Milano, ha sviluppato il tema “Immigrazione e seconda generazione”, facendo rilevare le diverse conseguenze dell’età migratoria. Chi nasce in Italia o vi arriva molto giovane, ha maggiori possibilità di riuscita. Chi arriva già avanti negli anni deve sacrificare la sua preparazione professionale per impieghi di basso livello. Più critica è la situazione di chi arriva in età adolescenziale, per la difficoltà di integrarsi sia nella famiglia, sia nel lavoro.

Michelle Brijuega, single, un diploma in maturità scientifica, vive e lavora a Milano e ha percorso in modo molto vivace il cammino dell’integrazione fra due culture, diverse, ma complementari. È spesso un puzzle che deve imparare a smussare gli angoli per riuscire a integrare la formazione italiana e le tradizioni filippine, come recitava il titolo della sua relazione. Prince Joseph, giovane genitore e impiegato, ha enucleato gli aspetti positivi delle famiglie aperte.

Al dibattito sono intervenuti giovani e genitori: gli uni a chiedere, ma senza recriminazioni, maggior spazio di azione e di autonomia; gli altri per sottolineare l’importanza della comunicazione, della fiducia e della stima reciproca.

 

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