Don Diego Pirovano, responsabile del Servizio diocesano attivo da settembre, stila un primo bilancio del lavoro svolto fin qui, tracciandone un giudizio molto positivo: «Non è stato difficile aiutare persone che, da parte loro, si sono sentite accolte e hanno espresso gratitudine»

di Annamaria BRACCINI

Diego Pirovano

«Il Sinodo terminerà col Documento pontificio che avrà valore normativo relativamente ai temi dibattuti durante l’Assemblea dei Vescovi. Quindi non viviamo un tempo di vuoto normativo, ma siamo in un momento nel quale la disciplina vigente resta, come tale, in vigore. Sull’accesso ai Sacramenti di fedeli separati e divorziati rimangono valide le norme attuali, naturalmente con la precisazione che la riflessione che il Sinodo ha voluto formalizzare nella Relazione finale deve raccogliersi nel Documento del Papa. In tale prospettiva, mi pare importante sottolineare che l’Ufficio di cui ho la responsabilità resta aperto come spazio di accoglienza, cordialità, corretta informazione, accompagnamento e consulenza canonica per i fedeli separati, secondo la logica della Chiesa e le scelte, che, appunto con l’istituzione di questo servizio, ha voluto indicare il cardinale Scola».

Così don Diego Pirovano, responsabile dell’Ufficio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati, dopo la conclusione dei lavori sinodali fa il punto su alcune delicate questioni emerse dalla recente Assemblea dedicata alla Famiglia. E, a due mesi esatti dall’inizio operativo del servizio diocesano, si può già delineare un primo bilancio. 

Come valuta l’attività di queste settimane di avvio?
È un giudizio estremamente positivo sotto ogni profilo. Voglio ricordare che il ruolo dell’Ufficio è di orientamento, di consulenza, di preparazione in vista di un’eventuale Causa di nullità matrimoniale. Ovviamente il Servizio non favorisce le nullità in quanto tali, ma solo la possibilità di accedere a percorsi di verifica.

Cosa chiedono le persone che arrivano al vostro Ufficio? 
Riferendosi ai colloqui già fatti e relativamente ai quattro ambiti ben descritti nel documento istitutivo – tentativo di riconciliazione, ove possibile, aiuto a vivere cristianamente la condizione di separato nella Chiesa, consulenza verso lo scioglimento e verso l’eventuale nullità del vincolo – sei sono stati i casi per il primo contesto, sette per il secondo, due per il terzo e 53 per il quarto ambito.

I fedeli che hanno chiesto un colloquio hanno compreso la natura e gli scopi dell’Ufficio o vi siete trovati in difficoltà?
Questo è un aspetto interessante, anche perché all’avvio dell’Ufficio ci eravamo domandati se saremmo stati capiti. Ora posso dire che quanti ci hanno contattato hanno avuto un approccio ordinato all’Ufficio stesso, rispettandone la procedura e le finalità. I casi che, diciamo così, hanno trovato “un altro indirizzo” sono stati solo quattro. Dunque, non è stato difficile aiutare i fedeli che, da parte loro, si sono sentiti accolti e hanno espresso gratitudine. Ciò si deve sicuramente al buon orientamento venuto dai sacerdoti di riferimento delle persone interessate e dalla comunicazione realizzata sia sugli strumenti diocesani, sia su molti giornali laici. Tengo inoltre a sottolineare l’estrema positività della collaborazione che si è istaurata tra me e i miei due collaboratori a Milano, don Luigi Verga e suor Chiara Bina. Da evidenziare anche il ruolo fondamentale della segreteria.

Incontrando tante persone separate, ha notato che la condizione di fallimento del matrimonio sia comunque fonte di sofferenza?
Nella consapevolezza che ogni separazione è un caso a sé, direi che si possono identificare tre tipologie di atteggiamento che hanno a che fare anche con il tempo che è trascorso. Sicuramente, anche nel ricordare, c’è sempre dolore, ma per qualcuno la sofferenza è una ferita ancora aperta; per altri è una cicatrice che, se toccata, fa male; per altri ancora è solo un segno che ricorda una ferita.

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