Don Andrea Bianchi, di Nova Milanese, racconta la sua vocazione: dai progetti di studi al Politecnico al decisivo incontro con un coadiutore. Svolgerà il suo ministero nella Comunità pastorale di Vimercate: «La destinazione ti porta ad amare non solo il Signore, ma anche la gente e la Chiesa»

di Francesca LOZITO

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Molti dei preti novelli 2015 hanno deciso di entrare in Seminario dopo l’esperienza del Gruppo Samuele, il percorso di discernimento vocazionale organizzato dalla Diocesi. Per tutti, naturalmente, fondamentale è stata la figura di un sacerdote che li ha sostenuti nel cammino. Una profonda riflessione e un periodo di discernimento il passaggio finale.

Don Andrea Bianchi è di Nova Milanese: «Sono entrato in Seminario subito dopo il diploma di ragioneria – racconta -. Avrei voluto frequentare gli studi in Ingegneria, ma, avendo incontrato un coadiutore che mi ha proposto di fare l’educatore, mi sono appassionato a questo compito». Presto, allora, è arrivato il momento di scegliere: «In quinta superiore la pienezza me la dava il fatto di lavorare per Dio con gli altri. In questa scelta mi ero fidato di quanto era successo».

Come vivono i futuri preti il cammino di preparazione al sacerdozio? «Con serenità – risponde don Andrea -. Mi piace l’idea di fare il prete soprattutto perché mi permette di essere più simile a Gesù. È qualcosa di molto semplice sentirsi simili a Lui: vuol dire riuscire a imitarlo, che significa nella vita riuscire a donare».

Don Andrea svolgerà il suo ministero nella Comunità pastorale di Vimercate, nella quale è già stato destinato per l’anno di diaconato. «Quello che sto vivendo mi piace e mi gratifica – dice ancora -. La dimensione del dono oggi è più di responsabilità. Nell’anno di diaconato, infatti, questo aspetto è subentrato con maggiore forza. Rispetto agli anni di Seminario (in cui sono previste diverse attività pastorali, ndr) comprendi di trovarti in questa destinazione per la fede delle persone che abitano in quei paesi». E allora, cosa vuol dire oggi fare il sacerdote nella metropoli, anche quando la si vive nell’hinterland? «Vuol dire non amare soltanto il Signore, ma anche la gente e la Chiesa. Vuol dire avere una nuova doppia prospettiva: quella della testimonianza e quella dell’umanità».

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