Redazione

La cronaca quotidiana vede sempre più spesso i giovani protagonisti di episodi di “bullismo” o di rivolte urbane. Fenomeni non inediti, ma oggi in particolare da tenere sotto controllo. L’antidoto più efficace è il dialogo. E la famiglia, come sempre, è in prima linea.

di Silvia Vegetti Finzi

Perché i giovani subiscono il fascino della trasgressione, dello sfidare i limiti, fino a farsi del male? Occorre innanzitutto distinguere l’aggressività dalla violenza. La prima costituisce un patrimonio genetico finalizzato alla sopravvivenza dell’individuo e alla continuazione della specie; nessuno potrebbe sopravvivere senza una certa carica di aggressività. La seconda invece è rivolta contro le persone o le cose, ed è più distruttiva che difensiva.

Per esempio, Mosè che spezza le Tavole della Legge e Gesù che scaccia i mercanti dal tempio esprimono comportamenti aggressivi, ma non distruttivi. Non sono infatti rivolti ad annientare, ma intendono mettere in crisi l’esistente per costruire un futuro migliore. Sono due, allora, i fattori che giustificano il ricorso alla forza: lo scopo che si vuole raggiungere, e la modalità, che non deve essere volta all’annientamento, ma alla trasformazione.

Quanto alla violenza che si sviluppa tra i giovani, spesso si dice che è “propria” dell’età, ma bisogna precisare. Infatti, durante l’adolescenza il rapido incremento dello sviluppo ormonale comporta, soprattutto nei maschi, l’aumento delle pulsioni aggressive. Può accadere allora che si produca uno squilibrio tra le energie aggressive e la capacità della mente di controllarle e limitarle.

In questo senso, la giovinezza non è una causa della violenza minorile, ma un elemento che può favorirla, soprattutto quando le condizioni ambientali siano così carenti da non offrire un valido contenitore delle spinte dirompenti. Spinte che possono rivolgersi all’esterno o colpire il soggetto stesso, come rivela la frequenza di disturbi dell’alimentazione (anoressia, bulimia…) e di suicidi proprio negli anni dell’adolescenza.

Con sempre maggior frequenza si parla, e si discute, di bullismo, di aggregazioni giovanili che compiono reati e danno vita anche a rivolte urbane. Ma questo non è fenomeno solo di oggi: credo anzi che il bullismo sia sempre esistito, solo che oggi abbiamo imparato a riconoscerlo perché siamo più attenti al benessere dei ragazzi, più capaci di cogliere i segnali di disagio e di malessere che ci inviano.

Una volta diagnosticato, il bullismo diviene una malattia che si può curare, purché non la si consideri un problema dell’individuo, ma della collettività. La complicità e l’omertà dei compagni sono preoccupanti tanto quanto la violenza del bullo. Esiste poi un bullismo femminile più subdolo, che non lascia lividi sul corpo, ma ferisce l’anima. È fatto di calunnie, denigrazioni, esclusioni. Più insidioso, sotterraneo, difficile da denunciare, è però altrettanto doloroso da sopportare.

Quanto alle rivolte urbane, basta leggere i Promessi Sposi per incontrare il famoso assalto ai forni di Milano. La storia è piena di episodi di rivolta (i Ciompi a Firenze, Masaniello a Napoli, e così via). Credo però che oggi le guerriglie urbane siano più distruttive, perché la società è più ricca e gli strumenti per attaccare il “nemico” più micidiali. Ma possediamo anche migliori capacità di analisi e di intervento. Dovremmo però essere capaci di trasformare lo scontro in ascolto, chiedendo ai rivoltosi di individuare rappresentanti con i quali trattare. Non esiste antidoto più efficace alla violenza del dialogo.

In prima linea nel controllare la violenza dei giovani è pur sempre la famiglia. Una valida educazione deve intervenire sin dall’infanzia, non solo per limitare l’aggressività, ma soprattutto per incanalarla verso mète socialmente valide (competizione regolata, sport, condotte esplorative, di assistenza, di aiuto, percorsi di conoscenza, ecc). La famiglia non è poi una monade che possa funzionare nel vuoto pneumatico. La famiglia è una cellula della società e come tale ha bisogno di scambi vitali con l’ambiente circostante. Se il tessuto in cui è inserita è necrotico, la famiglia si ammala e non è più in grado di svolgere i compiti di sopravvivenza e riproduzione sociale che le competono. Pertanto è importante monitorare continuamente il sistema degli scambi, sempre interattivi, tra famiglia e società.

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