Una piaga che è possibile curare e guarire, secondo Sergio Marelli, presidente del Comitato italiano sovranità alimentare, che nei parlerà all’Assemblea missionaria diocesana del 24 gennaio

di Luisa BOVE

Sergio Marelli

Non ci sono più alibi: oggi la fame nel mondo si può sconfiggere. È questo il senso dell’intervento di Sergio Marelli, presidente del Comitato italiano sovranità alimentare (una rete di oltre 280 realtà italiane che operano in campo alimentare e promuovono la sovranità alimentare) che sabato 24 gennaio interverrà all’Assemblea diocesana missionaria.

La prima grande questione è che «nonostante tutto quello che si è fatto, il problema dello scandalo della fame resta una realtà fondamentalmente invariata da 50 anni a questa parte». Purtroppo si è sempre cercato di agire sugli effetti e non sulle cause di questo problema. «Per fortuna – ammette Marelli – ci sono encomiabili azioni che cercano di sopperire a questo problema, aiutando chi sta male, i poveri e gli affamati, ma senza rimuovere le cause che continuamente ingenerano questo problema». Non bisogna dimenticare i numeri, «perché si tratta sempre un miliardo di persone, cioè una su 6 o 7 al mondo, e verso le quali esiste una violazione di un diritto fondamentale». E le cause quali sono? «Stanno soprattutto in un modello di sviluppo proposto dai Paesi ricchi occidentali, ma anche negli atteggiamenti individuali delle popolazioni che vivono nel benessere, nei Paesi ricchi, continuando a ignorare il fatto che un miliardo di persone si vedono violato questo diritto».

Per Marelli oggi non bastano più le azioni filantropiche o di beneficenza, «ma occorre mettere mano alle cause culturali che continuano a ingenerare questo problema». E se il cibo è un diritto fondamentale, continua il presidente del Cisa, «garantire l’alimentazione sana ed equilibrata in quantità sufficiente a tutte le persone non è la risultanza di un dovere morale o di motivazioni sul piano etico, ma è una questione di giustizia». Infatti fin dalla costituzione delle Nazioni Unite, la questione del cibo è stata inserita nella Carta dei diritti fondamentali. Quindi «non ci possono e non ci devono essere congiunture addotte come giustificazione per non fare quanto ci è possibile per garantire a tutti questo diritto fondamentale».

Insomma, non si può dire: «Vorremmo fare di più, ma la crisi economica…», «Vorremmo fare di più a livello individuale, ma siamo presi da mille problemi…», «Vorremmo fare di più, ma purtroppo le cose sono sempre andate così…». «Nessuna giustificazione è ammissibile – dice Marelli -, perché i diritti vanno garantiti a qualunque condizione». E insiste: «Si tratta di passare da un’idea filantropica del problema della fame a una questione di giustizia, che è anche il grande insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa. Soprattutto gli ultimi pontefici, compreso papa Francesco, hanno insistito sul fatto che non bisogna farlo per carità, intesa non in senso evangelico ma umanitario, ma perché è una questione di giustizia. E la giustizia non ammette deroghe. Non ci devono più essere alibi da accampare».

Non si può neppure dire che sul pianeta non c’è una quantità di cibo disponibile per tutti. «La Fao, che ogni anno pubblica un rapporto sulla situazione alimentare nel mondo, continua a confermare che oggi viene prodotta una quantità di cibo sufficiente per 9 miliardi e mezzo di persone. Può darsi che nel 2050 ci sarà una produzione insufficiente (ma bisognerà anche vedere se le stime demografiche si confermeranno), in ogni caso non è senz’altro un problema di oggi». Per questo, conclude Marelli, «è secondario oggi continuare a insistere sulle tecniche, strategie e scelte che tendono ad aumentare la produzione, la priorità invece è la distribuzione del cibo e dare a tutti la possibilità di accedere alle risorse per poterlo acquistare in quantità sufficiente».

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