Il 7 settembre il nuovo Abate di Sant’Ambrogio riceverà la nomina e l’investitura per occupare la cattedra del Patrono. Continuerà il lavoro coi sacerdoti come Vicario episcopale di Milano, ma guiderà anche la sua comunità parrocchiale

di Luisa BOVE

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Monsignor Carlo Faccendini

La Basilica di Sant’Ambrogio ha un nuovo Abate: monsignor Carlo Faccendini, dal 2012 Vicario episcopale di Milano, che, nominato dal cardinale Angelo Scola, il prossimo 7 settembre riceverà la nomina e l’investitura di Abate insieme ai nuovi parroci. Faccendini raccoglie il testimone da monsignor Erminio De Scalzi, che lascia dopo 20 anni per raggiunti limiti di età.

Che cosa rappresenta per lei questo nuovo incarico nella prestigiosa sede di Ambrogio?
È motivo di grande gioia. È un incarico che, senza enfasi, ha un suo valore e un suo prestigio, ma mi accingo ad accoglierlo come un grande dono da parte del nostro Cardinale. Ho imparato però che, quando ci viene offerto un dono, veniamo sempre investiti di una grande responsabilità. Resterò anche Vicario episcopale di Milano, quindi continuerò il mio lavoro di attenzione e di accompagnamento del clero che oggi mi sembra sempre più urgente e fondamentale.

In cinque anni ha conosciuto bene la situazione della città e di tanti preti. Ora l’impegno di Abate di Sant’Ambrogio rappresenta il suggello e la continuità di un lavoro avviato nella metropoli…
Sì. Sant’Ambrogio offre una prospettiva di sguardo sulla città senz’altro molto bello e molto grande: questo diventa un aiuto a svolgere il lavoro di Vicario con freschezza rinnovata e con un’attenzione molto puntuale a ogni parrocchia e, in particolare, a ogni sacerdote. Anzi, non vorrei (e farò in modo che non accada) che l’impegno a Sant’Ambrogio diventi quasi un alibi per essere meno attento ai parroci. Questo significherebbe tradirli. E non lo voglio. Cercherò di tenere insieme i due compiti senza rinunciare – voglio che i miei preti lo sappiano – al lavoro con loro, di attenzione quotidiana, ordinaria, alle loro vite e all’accompagnamento delle varie situazioni.

Lei abiterà nel cuore di Milano, ma questo non le impedirà di tenere lo sguardo anche sulle periferie…
In questi anni ho riservato attenzione alle periferie. Nel testo che recentemente ho dato al cardinale Scola perché lo consegnasse al nuovo Vescovo, ho scritto che quella delle periferie è una priorità. Non perché sono parroco di una parrocchia del centro ora dimentico le periferie. Tutt’altro. Diventerà uno stimolo a continuare questo lavoro con attenzione e riguardo particolare.

Come Abate è anche parroco di una comunità di fedeli. Questo può aiutarla a mantenere un legame forte con tante famiglie, giovani, anziani…
Questo è l’aspetto più bello! Io ho fatto il parroco a Milano e avrei continuato a farlo volentieri: credo che la mia vocazione più vera sia questa e mi rende molto contento. Quindi l’idea di tornare a fare il parroco, anche se in modo limitato, mi dà grande gioia e consolazione. Avere un altare, una chiesa, un popolo, mi gratifica molto. In fondo sono le ragioni per cui si fa il prete.

Nel cuore della città ci sono molti uffici, locali, servizi, ma anche tante realtà caritative e di solidarietà concreta, perché i poveri e gli emarginati non mancano…
Non scopro adesso la realtà di Sant’Ambrogio. Con monsignor De Scalzi ho mantenuto un rapporto bello, lui mi ha sempre parlato della parrocchia, che mi pare molto viva e attenta alle dinamiche della carità. Però devo dire che questo è uno stile del centro storico, è falso pensare che il centro si rinchiuda su se stesso. A fine maggio si è tenuto un convegno molto bello, “Milano centro: un cuore molto attento”, che dice una tensione. Le parrocchie del centro storico hanno un’attenzione alla carità e nei confronti dei poveri che vediamo quotidianamente sotto i nostri occhi. Ho l’impressione che anche Sant’Ambrogio abbia una tradizione positiva da questo punto di vista.

Con quale atteggiamento si accinge ad assumere il suo nuovo ruolo?
Farò quello che chiedo a tutti i parroci: di inserirmi in punta di piedi, con molto rispetto per una tradizione straordinaria di santità e di esperienza di Chiesa. Conosco un po’ la storia di Sant’Ambrogio, perché mi sono laureato in Storia medievale e la professoressa Ambrosioni, che mi accompagnava, lavorava proprio sulle carte di Sant’Ambrogio; anche il corso monografico riguardava il contrasto tra canonici e monaci in Sant’Ambrogio. Vado a raccogliere la bellezza di alcuni studi giovanili. Inoltre mi piacerebbe coltivare, riprendere e approfondire il rapporto con l’Università Cattolica: è stata un’esperienza importante per me e credo che abbia un valore grande per la città.

Quale sarà la sua priorità?
Credo che il Signore mi abbia fatto un grande regalo e io lo raccolgo con grande discrezione e umiltà. Dedicherò tempo a conoscere la gente e a raccogliere anche la bellezza di una storia straordinaria. Però il primato è alla gente, a quella che vive adesso in Sant’Ambrogio. Guai se la storia ci facesse sognare e ci chiudesse in un passato glorioso, senza renderci attenti al presente e alla vita delle persone di oggi…

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