Redazione

Quale informazione si può ricevere dai mezzi di comunicazione circa gli eventi e i percorsi del movimento ecumenico sia italiano che internazionale? Oltre mezzo secolo di attività e di studi non trova di fatto interesse e riscontro nei media.

di Giorgio Acquaviva

Un rapporto debole, occasionale, quello tra informazione e mondo dell’ecumenismo, legato a eventi clamorosi (positivi o negativi), piuttosto che a quel particolare “spirito” che dovrebbe dare senso “universale” alla testimonianza evangelica. Ma questo sembra un po’ il destino dell’informazione religiosa in genere, che non riesce a staccarsi dall’istituzionalismo (non per niente di solito nei giornali si parla di “vaticanista”) e dal sensazionalismo, per cercare invece di raccontare la ordinaria vita di fede delle comunità e dei singoli fedeli.

Nel caso specifico del “movimento ecumenico”, i livelli implicati sono molti. Dai progressi – ora rapidi ora lenti – sul piano teologico alla “purificazione della memoria” (cancellare pregiudizi e secolari attriti, ndr), ai rapporti di “accoglienza” fraterna, fino alla soglia (attualmente invalicabile) della “mensa comune” (della comunione eucaristica condivisa, ndr), ai rapporti di conoscenza-stima-amicizia che intanto stanno costruendo una “rete” esistenziale che è supporto necessario per gli sviluppi futuri.

Con l’arrivo nelle nostre città di persone provenienti da Paesi esterni all’Unione Europea, il rapporto fra confessioni cristiane si sta arricchendo sul versante della multiculturalità, con fedeli cattolici o protestanti o ortodossi o antico-orientali dell’America Latina, dell’Asia, dell’Africa. Pluralismo etnico e pluralismo confessionale, allora, si sommano e si intrecciano. Senza citare tutto il ricco versante interreligioso, dagli ebrei ai musulmani, ai buddisti.

Ma nelle redazioni di giornali, periodici, radio e TV, si sono accorti di tutto questo? Ci si è chiesti per esempio se in occasione della celebrazione della Pasqua si può far “dialogare” filippini e peruviani? Quanti mezzi di informazione – anche cattolici – hanno attivato rubriche o hanno una attenzione costante alla dimensione interconfessionale e interreligiosa? Quanti giornali sentono il dovere di interrogare, per esempio, esponenti di chiese di minoranza come i valdesi o gli ortodossi su temi sensibili come la laicità dello Stato o il valore della vita? Quanti mezzi di informazione (giornali, radio, tv) hanno ritenuto di tenere presente nelle assunzioni di propri redattori “quote” di interesse religioso che potrebbero facilitare il dialogo con i lettori delle diverse comunità? Le risposte sono alquanto ovvie: vanno da niente o quasi nulla.

E’ vero che viviamo in una società che è ad un tempo globalizzata e frammentata, secolarizzata e nostalgica del sacro, in bilico fra ghettizzazione e integrazione, ma come agire per fare coincidere la comunicazione di massa con le problematiche etico-religiose che reclamano pluralismo e accoglienza, rispetto delle tradizioni e rispetto dei valori condivisi? In effetti sarebbe bello poter raccontare le esperienze concretamente attuate, come quelle che si vivono agli incontri del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche), piuttosto che in altri incontri ecumenici e che spesso rimangono patrimonio di pochi; o spiegare anche cosa si può già fare insieme e cosa no (dettagliando anche le difficoltà o le ritrosie presenti da tutte le parti); così sarebbe bello diffondere di più i testi di celebrazioni ecumeniche per rendere più popolare la ricchezza anche di tali liturgie; un po’ come quando si va a Taizé e si scoprono tante cose belle nel pregare insieme. Ma il discorso forse si complica.

Naturalmente – come spesso avviene – le colpe non sono tutte da una parte. Non è infrequente trovarsi, come giornalisti, di fronte a concrete difficoltà nel riuscire a far emergere e trasmettere “notizie” degne di questo termine da parte delle realtà di Chiesa delle diverse confessioni che sono restie ad affidare proprie notizie ad estranei che potrebbero male interpretarle e si trincerano dietro ai comunicati ufficiali. Il rischio della “istituzionalizzazione”, che è così evidente nella chiesa cattolica, spesso affligge anche le altre realtà ecclesiali. Ed è un peccato perché il pubblico in effetti meriterebbe di conoscere di più della vita delle comunità religiose, con un “paesaggio” informativo più ampio e una visione più completa e dinamica della storia attuale.

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