Redazione

“Popolarità del cristianesimo – ha detto don Franco Giulio Brambilla – non significa la scelta di basso profilo di un cristianesimo minimo, ma la sfida che la tradizione tutta italiana di una fede presente sul territorio sia capace di rianimare la vita quotidiana delle persone”.

“Nel momento in cui si dà inizio al Convegno, occorre trovare una capacità di sintesi che metta in campo le migliori risorse dei credenti e delle Chiese d’Italia. Il cattolicesimo italiano ha espresso figure di giganti nella fede e nella cultura, nella santità e nell’operosità sociale, che hanno saputo innervare in modo originale il tessuto civile del Paese”: lo ha detto questa mattina don Franco Giulio Brambilla, docente di cristologia e antropologia teologica e preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, aprendo la sua relazione sull’orizzonte teologico-pastorale del Convegno ecclesiale di Verona sul tema della “speranza”.

“La parola speranza – ha poi aggiunto – non appartiene solo alla lingua cristiana, ma anche al linguaggio umano di ogni tempo. Soprattutto nel tempo della società fluida e ripiegata sull’immediato, l’attesa di futuro esige di correggere le malattie della speranza e di mettere in luce i germogli positivi presenti nelle esperienze della vita attuale”. Brambilla ha poi messo in guardia dal rischio dell’“isolamento personale”, sottolineando che “oggi la speranza è confinata nello spazio intimo di una speranza individuale o nell’ambito di un progressismo sociale, senza che si riescano a vedere gli stretti legami che uniscono le speranze della persona e le attese della società”.

“All’inizio del Novecento Nietzsche rimproverava ai cristiani di non essere testimoni della novità sconvolgente della vita risorta. E il secolo appena trascorso ne è stato purtroppo come la triste conferma”: èil pensiero di don Brambilla, che nel suo intervento ha delineato l’orizzonte teologico-pastorale dell’incontro nazionale. “All’inizio del terzo millennio – ha poi aggiunto – la sfida cruciale consiste nel mettere in luce il tratto escatologico della fede cristiana, superandone però una lettura alienante e distorta”.

Ha poi detto che “l’immagine dell’uomo per i cristiani riguarda la vita concreta delle persone che nascono e crescono, della gente che lavora, delle coppie che devono scegliere e metter casa, delle famiglie che generano figli, della sofferenza delle persone”. “Popolarità del cristianesimo non significa la scelta di basso profilo di un cristianesimo minimo, ma la sfida che la tradizione tutta italiana di una fede presente sul territorio sia capace di rianimare la vita quotidiana delle persone”.

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