Parla l'ultimo segretario dell'Arcivescovo emerito, che ha appena pubblicato un libro in cui ricorda gli anni trascorsi accanto al Cardinale, segnati dalla malattia e dal venir meno delle forze («Carlo Maria Martini. Il silenzio della Parola», edizioni San Paolo). L'intervista che segue è tratta dal numero di agosto-settembre di «Fiaccola»

di Ylenia SPINELLI

Modena Martini

A un anno dalla morte del cardinale Carlo Maria Martini, esce il libro di don Damiano Modena, segretario dell’Arcivescovo emerito, sugli ultimi anni della sua vita, segnati dalla malattia e dal venir meno delle forze, ma sempre fecondi di pensieri e riflessioni. In questa intervista anticipiamo qualche tematica del volume, ripercorrendo il tempo che Martini ha vissuto con il suo più stretto collaboratore.

Don Damiano, come ha trascorso questi mesi, senza la vicinanza del card. Martini?

I primi tre come un cane randagio tra l’Italia e l’Europa, poi sono rientrato in Diocesi dove sono stato affiancato ad un prete di 81 anni e dopo qualche mese ad un altro di 91. Insegno all’Istituto di Scienze Religiose del luogo. Tra una cosa e l’altra ho scritto un piccolo libro sui tre anni trascorsi con il Cardinale a Gallarate e ho tenuto qualche conferenza o testimonianza.

Cosa le è mancato di più?

Lui! Manca molto la sua parola sicura. Il cardinale Martini era davvero una bussola vivente con l’ago calamitato dal bene, dal bello, dal giusto.

Come vi eravate conosciuti?

Grazie a monsignor Bruno Forte, mio professore di tesi di dottorato di ricerca sulla Teologia di Martini. Ho discusso la tesi nel 2004, poi è stata pubblicata con le edizioni Paoline nel 2005.

Il vostro era un rapporto confidenziale, di amicizia o anche di soggezione?

Ho provato soggezione solo le prime due volte in cui l’ho incontrato. È normale, avevo passato cinque anni a studiare i suoi libri e il suo pensiero. Dopo è stato un crescendo di amicizia, di filiarità, di comunione.

In che occasione Martini le ha chiesto di diventare il suo segretario?

Durante una settimana di vacanza in Val Formazza nel luglio del 2009. Una delle ultime sere, prima di rientrare a Gallarate, a bruciapelo, mi ha chiesto: «Te la senti di accompagnarmi fino alla morte?».

 Per quanti anni l’ha fatto?

Dal 28 settembre 2009 al 31 agosto 2012, ore 15.42.

 Che ricordi ha del card. Martini? Soprattutto, chi era nel privato?

Era un uomo di grande dolcezza e umanità, non si spazientiva mai. Anzi, sapeva ridere di sé, della sua malattia. Un giorno, ricordo, saremmo dovuti uscire in macchina verso le dieci. L’ora precedente era dedicata alla fisioterapia. Il fisioterapista era anch’egli un po’ anziano. Quella mattina si era presentato puntuale, ma con un po’ di influenza. Li lascio soli mezz’ora perché mi ero accorto di avere una gomma dell’auto forata. Corro a ripararla e quando rientro, trovo il fisioterapista svenuto ai piedi del Cardinale. Lui aveva il girello per la deambulazione e non poteva chinarsi sul fisioterapista. Ho chiesto cosa fosse successo ed il Cardinale tutto mortificato ha risposto: «Non so, mentre mi faceva la terapia è finito a terra. Mi sono spaventato molto. Ho provato ad aiutarlo ma non ci sono riuscito» e così lo vegliava in piedi fin quando sono giunti i soccorsi. La domanda di quella mattina si è tradotta in questi termini: chi fa la terapia al terapista?

Come ha vissuto il venir meno delle forze e la malattia?

Lottando ed insieme cedendo. Non ha mai smesso di curarsi ed era molto obbediente ai medici. Accettava le proposte di nuove tecniche di cura fisioterapica, per esempio. Ma in pochi giorni è anche riuscito ad accettare l’uso della sedia a rotelle. Ricordo che qualche mese prima della morte ha potuto dire: «Ormai, se penso a me stesso, non riesco più ad immaginarmi in piedi, penso a partire da me stesso seduto o su una sedia a rotelle». Questo è un segno evidente della sua profonda autocoscienza. Quasi tutto è stato vissuto con serenità e dignità.

Le ha confessato di aver paura della morte?

Sì, ha detto spesso, anche scrivendolo sul Corriere della Sera, che la morte lo spaventava. Diceva che amava la vita, che su questa terra aveva ancora molti amici e che era dispiaciuto al pensiero di perderli.

È mai venuta meno la sua fede?

Questa è una cosa un po’ più intima e parlarne qui sarebbe trattarne superficialmente. Ma ne ho fatto accenno nel mio libro Carlo Maria Martini. Il silenzio della Parola (ed. San Paolo).

Quanto spazio il Cardinale dedicava alla preghiera?

Circa un’ora e mezzo al giorno, se parliamo di quella ufficiale. Ma spesso era in un clima di preghiera interiore sia all’alba, che la sera dopo essere andato a letto. Se la notte era particolarmente insonne aveva un iPod, che chiamava “sacro”, in cui erano caricati i Salmi, il Rosario, l’Imitazione di Cristo. Lo attivava in posizione random per cui la riproduzione avveniva in modo casuale, frammenti di Imitazione, Salmi, una decina del Rosario, per l’intera notte.

Quale era la sua preghiera preferita?

I Salmi, sia in italiano che in ebraico e l’adorazione silenziosa di quindici minuti.

Come avrebbe commentato le scelte di umiltà di Papa Bergoglio?

Molto positivamente, con un grande sospiro di sollievo. I Gesuiti sono formati ad un grande senso della libertà da tutto ciò che si impone come «è stato fatto sempre così». È una forma di allergia molto benefica. Ho sempre lasciato al cardinale Martini l’ultima parola su ogni tipo di decisione. Ma in una occasione, dovendo organizzare la sua giornata, terapie comprese, per il giorno successivo, mi sono permesso di offrirgli una carrellata di orari. La risposta è stata la seguente: «Sì! Ma nella libertà!».

Sostiene la vulgata che non c’è gesuita al mondo che non abbia il complesso di non essere un francescano: era così anche per Martini?

Non conosco questa vulgata e non ho mai sentito esprimere da un gesuita il desiderio di essere francescano. Mi pare che siano due grandissimi carismi nella Chiesa e che non soffrano di sensi di inferiorità reciproci. Di certo non era il pensiero di Carlo Maria Martini. Il Cardinale aveva ascoltato a sufficienza entrambe le vocazioni per riconoscere in esse ricchezze e povertà. Le spiritualità, i carismi, non sono un fine, sono un mezzo per comunicare l’unico messaggio evangelico. Tutti sanno come il cardinale Martini usasse l’essenziale di tutte le spiritualità e di tutti i carismi per comunicare l’unico grande messaggio della misericordia. Nei suoi Esercizi citava Ignazio, i Padri della Chiesa, S. Teresa di Gesù Bambino, San Francesco, San Domenico, il Magistero remoto, passato e presente.

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