La sua educazione inclusiva interroga soprattutto il mondo della scuola. Un modello che si è tradotto nei secoli in innumerevoli esperienze concrete

di Alberto CAMPOLEONI

San Giovanni Bosco è stato un grande educatore. Lo si ricorda come un sincero amico dei più piccoli, capace di avvicinarli con la persuasione, l’atteggiamento costante di amore, la cura “preventiva”, l’apertura verso tutti. Il suo Oratorio, a Valdocco, ha dato il via ad una esperienza fecondissima per gli anni a venire e i Salesiani, da lui fondati, si sono impegnati e si impegnano da sempre in innumerevoli opere educative e scolastiche, non accontentandosi della “pratica”, ma sostenendo insieme la ricerca educativa, l’approfondimento delle motivazioni e delle tendenze legate allo sviluppo della società contemporanea.

San Giovanni Bosco è vissuto nell’Ottocento, eppure conserva, proprio per l’esperienza di vita e l’insegnamento, una grande modernità. Tant’è vero che in questo periodo, in prossimità della ricorrenza del bicentenario della sua nascita (avvenne a Castelnuovo d’Asti, il 16 agosto 1815) tra le tante iniziative proposte dal movimento salesiano, colpisce il grande seguito che riscuote la peregrinazione dell’urna di don Bosco (contiene un reliquiario con la mano destra del santo e una statua in gesso e resina, replica del corpo incorrotto custodito nella basilica di Maria Ausiliatrice a Torino). Colpisce anche il fatto che una pratica – il culto delle reliquie – che si vorrebbe classificare "del passato", desueta, attiri tanta gente, ragazzi e giovani e addirittura mobiliti, oltre naturalmente alla comunità cristiana, la società e le istituzioni civili, scuole in prima fila.

Questo fa riflettere. Per la comunità cristiana la peregrinazione dell’urna di don Bosco (che ha girato il mondo prima di attraversare le strade delle città italiane) è un’occasione di rinnovo della propria fede. La testimonianza di un Santo, come il sacerdote piemontese, di un uomo che ha messo al primo posto la "passione per Dio", ricorda ai cristiani cosa veramente conta nell’esistenza quotidiana. Inoltre, sempre anzitutto ai cristiani – e in particolare alle comunità italiane, impegnate per un decennio sui temi dell’educazione – indica la strada della cura e dell’impegno educativo verso i più giovani come occasione di testimonianza del Vangelo.

Ma don Bosco “provoca” ben oltre la comunità cristiana, e in modo speciale chiama in causa il mondo della scuola. Così che, ad accogliere l’urna, dove passa, non solo ci sono i moltissimi studenti delle scuola cattoliche e salesiane in particolare, ma non di rado le rappresentanze ufficiali del mondo della scuola, i dirigenti dei provveditorati, insegnanti… Tutti spinti a riflettere su un modello educativo che si è tradotto nei secoli in innumerevoli esperienze concrete, su uno stile di passione per l’uomo, di prossimità e di cura che anche oggi conserva fascino ed efficacia. Don Bosco richiama una educazione inclusiva, aperta, che nella scuola si traduce in attenzione ai singoli e specialmente agli ultimi, perché nessuno rimanga indietro, nella convinzione che tutti possono farcela, tutti possono essere aiutati.

Non è male come richiamo anche alla scuola di oggi, che si dibatte spesso tra problemi che riguardano strutture, risorse, tecnologie, ma anche orientamenti di principio, relativi alle sue finalità. Una scuola che “serve” al lavoro, “funzionale” o che si occupa della persona a tutto campo? Sono temi di grande attualità, non solo in Italia. Una volta di più vale tenerli sotto i riflettori.

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