La peregrinatio dell’Urna in Diocesi conclusa dalla fiaccolata e dalla Messa presieduta in Duomo dall’Arcivescovo: «Un congedo solo apparente: dai santi non ci si congeda, occorre frequentarli»

di Annamaria BRACCINI

don bosco duomo

«Un fatto impressionante, frutto di una convinzione profondamente radicata»: così il cardinale Scola definisce il «grande concorso di popolo» che, per cinque giorni in diverse zone e città della Diocesi, ha accompagnato l’Urna di San Giovanni Bosco.

È la sera in cui si concludono in Duomo – e non, come previsto, nella Basilica di Sant’Ambrogio, che non avrebbe potuto accogliere la massa di migliaia di fedeli – le “cinque giornate di Milano” della peregrinatio della reliquia, nell’ultima sera portata in processione proprio da Sant’Ambrogio alla Cattedrale. Così, sotto un cielo scuro di nuvole che per una volta, in questi giorni di pioggia quasi incessante, ha graziato le molte centinaia di persone che hanno letteralmente circondato l’Urna, per le vie del centro si snoda il cammino accompagnato dagli inviti alla preghiera composti da diverse parrocchie, Comunità pastorali, équipes di Pastorale giovanile.

All’ingresso del Duomo, ad accogliere la teca, il Cardinale che presiede l’Eucaristia, concelebrata da oltre un centinaio di sacerdoti, tra cui tre vescovi – il vicario generale Delpini, Mascheroni e Stucchi – il vicario episcopale di Pastorale giovanile monsignor Tremolada, e dai responsabili del settore, insieme a quelli dello sport, della scuola, dell’università, edella catechesi. Presente anche don Claudio Cacioli, superiore dell’Ispettoria Salesiana della Lombardia e dell’Emilia Romagna. Appunto a indicare il complesso della “comunità educante”, articolata in diversi comparti, ma unificata da una proposta formativa coerente. «Con questa solenne celebrazione raggiunge il vertice e si conclude la peregrinatio di don Bosco. Siamo rimasti molto colpiti dalla partecipazione e dalla grazia di questi giorni. Ci aiuti lo spirito a custodire questa preziosa eredità», dice in apertura monsignor Tremolada.

Parte dalla Didaché, testo fondativo del I secolo, la riflessione dell’Arcivescovo: «Contemplare ogni giorno il volto dei Santi per trovare conforto nei loro discorsi». «Queste bellissime parole ci dicono che il Signore non abbandona mai il suo popolo, perché è un Dio capace di giocarsi e di compromettersi nella storia, il cui Figlio è morto sulla croce per tutti. Dopo queste giornate in cui il grande Don Bosco è stato tra noi, questa sera è un congedo solo apparente, perché non ci si può congedare da un santo».

«Il tempo di Don Bosco non era meno travagliato del nostro. Certo, la natura delle trasformazioni in atto era assai diversa, eppure anche allora era un tempo acceso da grandi contraddizioni, in cui i cristiani non erano spesso ben accolti e si stentava a dare loro espressione compiuta. Eppure anche in quei frangenti Giovanni Bosco seppe dare amore e intelligenza. La genialità di don Bosco si vede anche nella capacità di creare amicizia con altri grandi santi dei poveri ed evangelizzatori come Cafasso, Cottolengo e Orione. Le loro furono personalità riuscite nella comunione. Il santo è un uomo riuscito perché è un uomo di comunione».

Ripensando ai sentimenti descritti da Paolo nella Lettera ai Colossesi appena proclamata nella Liturgia della Parola, il Cardinale aggiunge: «La tenerezza di cui ci ha parlato l’Epistola è la stessa con cui San Giovanni Bosco seppe guardare il primo ragazzo che accolse. Egli aveva a cuore l’anima, il “centro” dell’io dei suoi giovani». E nota ancora l’Arcivescovo: «Ogni azione educativa deve comunicare la vocazione a essere felici nel tempo e nell’eternità. Oggi, invece, vediamo nell’aldilà solo una nebulosa, pensando che il tempo debba essere consumato fuori da questa prospettiva eterna. Per questo dobbiamo frequentare i santi». L’esigenza è quella della verità, del cambiamento e della conversione del cuore, «che spiega perché tante persone si siano mosse per don Bosco». Abbiamo bisogno di essere amati per sempre e i santi, che sono vivi tra noi, ci indicano appunto questo.

Poi, il “saluto” e l’auspicio: «Salutiamo in Don Bosco colui che ha scoperto che l’educare è un’arte, quella “del cuore a cuore”, dell’accoglienza anche nella contraddizione, dell’accompagnamento e della condivisione soprattutto nel dolore e nella prova. Siamo qui come espressione della “comunità educante”: domandiamo allora umilmente l’intercessione per il nostro cambiamento e chiediamo attraverso Don Bosco, che la Vergine santissima sciolga il nostro cuore da ogni nostra durezza, contagiando i nostri fratelli come ancora oggi don Bosco contagia noi».

Infine, il ringraziamento di don Cacioli, «con animo felice e grato», a nome di tutta la Famiglia salesiana alla Diocesi, alla Pastorale giovanile, alla Fom. E, ancora, la gente che sembra non volere lasciare il Duomo e l’urna posta ai piedi dell’altare maggiore.

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