Rileggendo il messaggio di papa Francesco in occasione della 57° Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni

di don Norberto VALLI

pregare in ginocchio

Attorno a quattro parole-chiave, dolore, gratitudine, coraggio e lode, già indicate nella Lettera ai sacerdoti in occasione del 160° anniversario della morte del santo Curato d’Ars, si articola il messaggio che papa Francesco ha rivolto al mondo in vista della 57° Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. La data di pubblicazione è emblematica, essendo quella seconda domenica di Quaresima che ha segnato l’inizio della fase più acuta della pandemia ancora in corso. Le quattro parole hanno dunque assunto un tono profetico. La nostra regione, in modo particolare, è stata provata dal dolore per le tante morti che hanno reso la Quaresima un tempo di lacrime amare. Pensando ai preti, alle religiose e ai religiosi deceduti a decine, riconosciamo quanto mai necessaria una preghiera ancor più intensa per invocare il dono di risposte generose alla chiamata che Dio continua a rivolgere. Il senso di riconoscenza e di responsabilità per il futuro raccomanda infatti una più pronta disponibilità a occupare i posti lasciati vuoti e che domandano di essere di nuovo occupati da persone animate dal desiderio di servire.
L’immagine della notte di tempesta sul lago di Tiberiade (cfr. Mt 14,22-33), alla quale il papa si ispira, è divenuta metafora dell’esperienza vissuta in questi mesi. La «traversata sul lago – scrive Francesco – evoca in qualche modo il viaggio della nostra esistenza. La barca della nostra vita, infatti, avanza lentamente, sempre inquieta perché alla ricerca di un approdo felice, pronta ad affrontare i rischi e le opportunità del mare, ma anche desiderosa di ricevere dal timoniere una virata che conduca finalmente verso la giusta rotta. Talvolta, però, le può capitare di smarrirsi, di lasciarsi abbagliare dalle illusioni invece che seguire il faro luminoso che la conduce al porto sicuro, o di essere sfidata dai venti contrari delle difficoltà, dei dubbi e delle paure». Come Pietro, tutti noi abbiamo temuto. Il grido «Signore, salvami» ha accomunato tanti uomini e donne che hanno riscoperto la grazia di affidarsi, di confidare.
Il sentimento che nasce quando si scopre di non essere soli è la gratitudine. Scrive ancora il papa: «Il Signore, quasi forzando l’aurora nel cuore della notte, cammina sulle acque agitate e raggiunge i discepoli, invita Pietro ad andargli incontro sulle onde, lo salva quando lo vede affondare, e infine sale sulla barca e fa cessare il vento. … Ogni vocazione nasce da quello sguardo amorevole con cui il Signore ci è venuto incontro, magari proprio mentre la nostra barca era in preda alla tempesta».
Vogliamo chiedere, dunque, al Signore di aiutare i giovani a scoprire e ad abbracciare la propria vocazione, aprendosi alla gratitudine e sapendo cogliere il suo passaggio nella loro vita. “Non avere paura, io sono con te!” Egli sussurra al cuore di ciascuno.
Anche la terza parola scelta dal papa è divenuta di impressionante attualità. In questi mesi abbiamo constatato il coraggio straordinario in medici, infermieri, personale ospedaliero nell’affrontare la battaglia contro il virus. Nel loro agire abbiamo compreso che quando si vive la propria vocazione fino in fondo non ci si ferma neppure davanti al rischio di morire. Il loro esempio si è aggiunto a quello di moltissimi apostoli del Vangelo che nel mondo hanno dato e continuano a dare senza riserve se stessi per il bene del prossimo.
Afferma ancora il papa che «il Signore ci chiama perché vuole renderci come Pietro, capaci di “camminare sulle acque”, cioè di prendere in mano la nostra vita per metterla al servizio del Vangelo, nei modi concreti e quotidiani che Egli ci indica, e specialmente nelle diverse forme di vocazione laicale, presbiterale e di vita consacrata. Ma noi assomigliamo all’Apostolo: abbiamo desiderio e slancio, però, nello stesso tempo, siamo segnati da debolezze e timori. Se ci lasciamo travolgere dal pensiero delle responsabilità che ci attendono – nella vita matrimoniale o nel ministero sacerdotale – o delle avversità che si presenteranno, allora distoglieremo presto lo sguardo da Gesù e, come Pietro, rischieremo di affondare. Al contrario, pur nelle nostre fragilità e povertà, la fede ci permette di camminare incontro al Signore Risorto e di vincere anche le tempeste. Lui infatti ci tende la mano quando per stanchezza o per paura rischiamo di affondare, e ci dona lo slancio necessario per vivere la nostra vocazione con gioia ed entusiasmo».
Consegnando a Dio nella fede le paure e i turbamenti, come tante volte abbiamo fatto in queste settimane, faremo della nostra vita un canto di lode, anche in mezzo a onde travolgenti. Ecco «l’ultima parola della vocazione» che il papa ci lascia nel suo messaggio, invito a coltivare l’atteggiamento interiore di Maria Santissima che, abbracciando con coraggio la chiamata, ha saputo intonare il Magnificat. Con lei riconosciamo le grandi opere che Dio ha compiuto in coloro che hanno saputo vincere il male con il bene e a lei chiediamo di intercedere per la Chiesa, bisognosa di credenti pronti a dire con slancio il proprio “eccomi”.

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