Il direttore de «L’Osservatore Romano» commenta l’intervento del cardinale Angelo Scola sulla libertà religiosa pronunciato a Sant’Ambrogio

di Giovanni Maria VIAN
direttore «L’Osservatore Romano»

Vian

Un intervento importante e impegnativo sulla libertà religiosa è stato quello dell’Arcivescovo di Milano per la festa di sant’Ambrogio, che ha ricordato l’Anno costantiniano nell’anniversario dell’Editto imperiale emesso da Costantino e Licinio nel febbraio 313.

A evocarlo pochi giorni prima del cardinale Angelo Scola era stato, celebrando il 30 novembre a Istanbul la “festa del trono” per sant’Andrea, il patriarca Bartolomeo, sottolineando nel suo discorso – letto davanti alla delegazione della Santa Sede e pubblicato da L’Osservatore Romano del 14 dicembre – che appunto per mezzo dell’Editto di Milano «l’imperatore dei romani, san Costantino il Grande, ha proclamato la libertà di fede cristiana e la libertà di religione in generale». Libertà da preservare e rafforzare con le parole e i fatti dalle due Chiese di Roma e di Costantinopoli, ha aggiunto significativamente il patriarca.

Le reazioni al discorso dell’Arcivescovo milanese sono state invece di tono ben diverso, per lo più polemiche ma in genere non all’altezza del suo ragionamento. Vale allora la pena ripercorrerlo brevemente.

Dopo aver riconosciuto nell’Editto – anticipato alla fine del 312 da una legge emanata dal solo Costantino e poi confermato da Licinio a Nicomedia il 13 giugno 313 – la prima affermazione pubblica dei concetti che oggi sono identificati come libertà religiosa e laicità dello Stato, il Cardinale ha aggiunto che questo initium libertatis (Gabrio Lombardi) è stato, a causa di una «storia lunga e travagliata» un vero e proprio «inizio mancato». A causa soprattutto della «indebita commistione tra il potere politico e la religione» ha subito detto a scanso di equivoci.

Come dovrebbe essere noto, i due ambiti della politica e della religione vengono separati con nettezza dalla predicazione di Gesù. Per di più in un contesto, tanto ebraico quanto ellenistico e romano, che nel suo complesso era estraneo a questa distinzione del tutto nuova. Da allora, nonostante ripetute contraddizioni, questa fondamentale tendenza caratterizza la tradizione cristiana, diversamente da altre religioni. Grazie anche all’età costantiniana, mitizzata (soprattutto in senso negativo) e difesa invece con energia nella sua ovvia complessità da uno storico che l’aveva studiata a fondo come Charles Pietri.

Dopo aver segnalato la svolta costituita dal Concilio Vaticano II e dalla dichiarazione Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa, l’Arcivescovo di Milano ha accennato alle ripetute e crescenti violazioni di questo diritto basilare. Scola ha ricordato la “ferita”, denunciata dai vescovi statunitensi, della riforma sanitaria voluta dall’amministrazione Obama, affermando poi che il modello francese di laicità, basato sulla neutralità nei confronti delle diverse fedi, nei fatti si sta rivelando «maldisposto verso il fenomeno religioso». Mentre si va diffondendo in Occidente una cultura fortemente secolarizzata che, se fatta propria dallo Stato, finirebbe per limitare la libertà religiosa.

Un riconoscimento di questa stessa libertà religiosa per le diverse comunità – in un «orizzonte propositivo più largo» e nel contesto di «una sfida molto più vasta» – è invece la proposta del Cardinale. Non a caso Scola ha parlato per Milano e Lombardia della presenza di «tanti nuovi italiani», tornando sul concetto positivo di meticciato di civiltà e di culture lanciato quando era Patriarca di Venezia, e sottolineando l’importanza e l’utilità della dimensione pubblica della fede. Una dimensione resa più facile, come sottolineò Jean Daniélou al tempo del Concilio Vaticano II, proprio dalla svolta di Costantino e dalla sua scommessa. Per ricercare quella verità a cui aspira, spesso inconsciamente, ogni persona umana.

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