L’iniziativa diocesana affonda le radici nella grande tradizione del solidarismo ambrosiano. Lo sostiene il sociologo Aldo Bonomi, cogliendo anche la portata della seconda fase lanciata con l’obiettivo di dare una speranza a chi ha perso il lavoro

di Pino NARDI

Il Fondo famiglia-lavoro è un’iniziativa innanzitutto culturale che affonda le radici nella grande tradizione del solidarismo ambrosiano. Lo sostiene il sociologo Aldo Bonomi, direttore dell’Istituto di ricerca Aaster. Che coglie fino in fondo la portata anche della seconda fase del progetto che la Chiesa ha rilanciato con l’obiettivo di dare una speranza a chi ha perso il lavoro.

Come valuta la seconda fase del Fondo con il passaggio dal contributo a creare le condizioni per un nuovo posto?
È una discontinuità positiva nella continuità. Il Fondo promosso dal cardinale Tettamanzi nacque – ed è opportuno ricordarlo – agli albori della crisi, quando era appena iniziata. Ovviamente fu impostato come una misura emergenziale, di aiuto a quelle famiglie e a coloro che avevano difficoltà sul lavoro per aiutare ad affrontare l’emergenza. Ricordo che il Fondo aveva come obiettivo di aiutare chi aveva difficoltà a pagare i mutui, a comprare i libri per la scuola, ad arrivare alla quarta settimana. Quindi era un’operazione giustamente pensata per produrre solidarietà, vicinanza e aiuto. Tutti si sperava – in parte mal riposta – che fossimo a una difficile fase di attraversamento. Il vero problema è che ormai si è capito che la crisi è una metamorfosi profonda. Siamo nel quinto anno, quindi è un processo di grande cambiamento della dimensione del lavoro, del reddito, della coesione sociale, che attraversa tutta la società.

Quindi giustamente si mettono in campo altri strumenti…
Certo, strumenti adeguati a una crisi lunga. Ci rendiamo conto che il problema non è più solo tamponare le emergenze, ma incominciare a ragionare su come aiutare una lunga e difficile fase di esodo e di attraversamento. Da questo punto di vista – a fianco di interventi diretti che rimangono – si mettono in campo iniziative di formazione, micro-credito e autoimprenditorialità. A chi si avvicina nel disagio e nel bisogno drammatico si intende dire che viene aiutato, vedendo come assieme si può andare oltre e cercare di trovare una soluzione allo stato di disagio rispetto alla perdita del lavoro. Quindi è un’evoluzione consequenziale. E poi vedo anche un secondo momento.

A cosa si riferisce?
Mentre nella prima fase il contatto si limitava a censire il bisogno, vedere e intervenire rispetto a questo – tutto estremamente positivo che gli sportelli Caritas o le Acli hanno fatto -, in questa seconda fase si mettono in campo strumenti che non sempre magari saranno efficaci, però almeno faranno sentire meno sola la persona nel bisogno. Si dice che si trova assieme una soluzione, si fa sentire meno solo, perché il vero problema non è solamente una dimensione di crisi materiale, è anche di solitudine. La crisi rompe i rapporti sociali, mette in difficoltà, semina incertezza, paura e quindi il Fondo deve essere anche un luogo in cui si fa "un tentativo di comunità per provare a uscirne assieme".

Infatti il Cardinale presentando l’inizio della seconda fase parlava non solo di crisi economica ma anche culturale…
Totalmente d’accordo sull’intervento culturale. Allora la prima azione è dire che con la cultura del solipsismo e del rancore non si va da nessuna parte. Il Fondo lancia questo messaggio: teniamoci per mano.

Il Fondo è uno strumento integrativo non sostitutivo dell’impegno delle istituzioni. C’è quindi una sollecitazione della Chiesa ambrosiana all’intervento delle istituzioni pubbliche…
Certo, lo strumento è sempre stato non sostitutivo. Lo Stato e le istituzioni facciano la loro parte. Quindi è importante che ci sia una dimensione di interventi della cassa integrazione e con altri strumenti. Il Fondo si rivolge anche a ciò che il pubblico fa. Quindi non è mai stato un meccanismo sostitutivo, è aggiuntivo, di presenza in primo luogo culturale, perché ovviamente è una goccia nel mare.

Si parlava del micro-credito: è una risposta anche al sistema bancario che in questa stagione di crisi profonda tende ormai a non erogare quasi più nulla?
Una delle difficoltà della crisi è in primo luogo che le banche non si prestano più soldi tra loro, cioè il mercato dei capitali è "chiuso". Di conseguenza le banche non erogano più come prima interventi di questo genere. Siamo passati da una fase prima della crisi in cui le banche incitavano a fare mutui e credito al consumo, a una dimensione di totale chiusura e ristrettezza. Il micro-credito è un segno per dire che bisogna ricominciare a fare il credito. È uno strumento nato nei territori dove il problema è l’estrema povertà, può essere benissimo applicato anche in un’area di crisi a capitalismo maturo: ripartire da un meccanismo di credito e di fiducia nel soggetto che vuole andare avanti.

Il cardinale Scola ha legato l’esperienza del Fondo alla grande tradizione milanese…
Credo che l’attuale iniziativa, come quella del cardinale Tettamanzi, si immette nel profondo della lunga tradizione civica del solidarismo ambrosiano, non c’è dubbio. È un messaggio per dire: ritorniamo a scavare dentro la nostra antropologia profonda e la tradizione di solidarismo. Anche l’iniziativa dell’asta dei doni dell’Arcivescovo non è una pura operazione speculativa, ma dice che la proprietà e il benessere obbliga rispetto verso chi ha bisogno, attiva il meccanismo solidale.

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