Successo per la serata «Digitalizzare la vita. L’esistenza calcolata» che ha aperto il secondo ciclo dal titolo «Naturale e Artificiale nell’esperienza umana». Esperti e testimoni a confronto alla presenza del cardinale Scola. Il dibattito prosegue sui social

di Annamaria BRACCINI

dialoghi quarta serata

«Naturale e artificiale»: sarà questa coppia di termini a scandire il secondo ciclo dei «Dialoghi di Vita Buona», iniziato, come i tre incontri della prima serie, al Piccolo Teatro Studio Melato. Tanta gente, tra volti noti e persone di tutte le età, attende pazientemente di entrare. In prima fila siede il cardinale Scola con i suoi più stretti collaboratori e molti membri del Comitato scientifico dei «Dialoghi».

In avvio don Davide Milani, spiega le ragioni della serata parlando di una «cifra sintetica», data appunto dai termini scelti per il ciclo e dal titolo del primo appuntamento, «Digitalizzare la vita. L’esistenza calcolata». Tra analisi, confronto con il pubblico, lettura de La Nuova Atlantide di Bacone, visione di uno spezzone del Frankenstein di Branagh, testimonianze e voci dei protagonisti, due ore trascorrono in un attimo.

L’introduzione di Ferruccio de Bortoli

«Oggi si producono più transistor che chicchi di riso, forse questo è il dato che illustra meglio il nostro tema. La robotica eliminerà i lavori più ripetitivi. Saremo quindi più felici? – riflette Ferruccio de Bortoli, aprendo la serata -. Non è detto: si calcola che, da qui al 2020, cinque milioni di posti di lavoro verranno distrutti nei 15 maggiori Paesi industriali, ma la nostra fiducia nel progresso è illuministicamente così grande che siamo sicuri che se ne creeranno molti». Se oggi gli algoritmi conoscono i segreti della nostra vita, intuiscono i nostri pensieri, se siamo virtualmente in contatto con tutto il mondo, «sperimentiamo – continua il giornalista – nuove solitudini, perché incapaci di un rapporto vero con il prossimo. Siamo sempre on line, ma chiediamoci se la condizione di chi sta off line è quella della marginalità, dell’esclusione, oppure se tra i cittadini attivi nella rete vi sono molti schiavi o vittime magari di poteri manipolanti. Come si legge nell’Antigone di Sofocle molti sono i prodigi, ma niente è più prodigioso dell’uomo». La conclusione è con Sant’Agostino che, non a caso, distingueva tra scienza e sapienza, ovvero la capacità di vedere i fini della nostra azione. In questa consapevolezza dovremmo «sperare in una vita buona dove non bisogna avere paura del futuro, ma neanche dimenticare la dignità della persona».

Testa: la vita come un testo

Dal punto di vista della ricerca scientifica, affronta la questione Giuseppe Testa, dell’Università degli Studi di Milano e dell’Ieo, che parte da un tweet secondo il quale per digitare l’intero genoma umano ci vorrebbero cinquant’anni: «Si tratta di strati del nostro stare al mondo che possiamo sempre più leggere come un testo. Con mille euro, l’anno prossimo si potrebbe leggere il genoma personale, sequenziandolo – aggiunge -. Ormai si parla, tra gli scienziati, di cellule su ordinazione, come fosse una app. Basti pensare che, per la prima volta, è stato dimostrato che dalla pelle si può generare una cellula del rene». Da qui, per esempio, la possibilità futura di dare alle nuove generazioni forme di gene che hanno la resistenza all’Hiv. Se sempre più possiamo leggere la vita come un testo, per avere un utilizzo emancipatorio rispetto a tali tecnologie, dovremmo lavorare alle spalle del cursore, come in un computer, evitando l’autocorrettore e chiedendoci sempre dove ci porta quel cursore automatico.

Mantovani: vertigini digitali

Poi l’aspetto educativo, approfondito da Susanna Mantovani, pedagogista dell’Università Milano-Bicocca: «Le tecnologie digitali modificano le percezioni e la socializzazione dei nostri piccoli. Esiste un nesso indissolubile tra esperienza ed educazione, anche perché i rischi della Rete, la perdita di altri canali e linguaggi, fanno paura più agli adulti, che spesso hanno difficoltà a presentare scelte che generino consapevolezza e, quindi, dignità. Chi è più agile? Chi è l’apprendista e chi lo stregone?», chiede Mantovani in chiaro riferimento al rapporto adulto-bambino. «Noi, nel mondo digitale, avvertiamo una vertigine, perché non sappiamo bene quali ne siano gli effetti. Qui sono in gioco possibilità diverse di essere insieme, ma da soli, o di sviluppare una socializzazione senza sguardi, come fanno i piccolissimi di 18 mesi che si imitano senza guardarsi. Con atteggiamento impegnato, ma non spaventato bisogna educare, affrontando il fenomeno digitale per come è e non per come è presentato. Orientare tra le tante possibili esperienze chiede a noi adulti la responsabilità di essere un modello di autodisciplina e, dunque, di autorevolezza, di perseveranza, di cura e preoccupazione per i ragazzi, con un interesse benevolo tenace. È un lavoro intra-culturale da compiere con loro e dobbiamo trovare il tempo per farlo».

Petrosino: sapere e sapienza

Concorde, dal coté filosofico, Silvano Petrosino dell’Università Cattolica di Milano, per il quale il nodo cruciale è «avere scienza e coscienza, anche se gli interessi economici sono talmente potenti che nessuno può pretendere di controllare dove stiamo andando». Ma, «quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare», dice citando una frase-cult di John Belushi: «I “duri” hanno la coscienza che su questa vicenda dobbiamo ascoltare il contributo di tutti e che non è possibile ridurre tutta l’esperienza umana al pensiero scientifico. Oltre al sapere ci vuole la sapienza. I sapienti esistono, bisogna dare loro la parola, valorizzandola, proprio perché la questione è tanto complicata e la vita non è un oggetto. L’uomo non è mai attore di uno spettacolo, ma è sempre in scena, dentro la vita e nessuno di noi è padrone di tale scena. Quando parliamo della vita umana – nel momento in cui l’uomo interviene anche su un topo, l’aggettivo “umano” ci sta – dovremmo sempre domandarci cosa stiano facendo». Insomma, mai smettere di interrogarsi, come insegna la grande filosofia classica, «sul rapporto mezzi-fini, soprattutto perché, più il mezzo e potente, più tende a oscurare il fine e a sostituirsi a esso. Un rischio pericolosissimo, che porta a considerare il mezzo come qualcosa di normale, di naturale, di scontato e quindi, alla fine, di “neutrale”. La grande domanda sul progresso, oggi, è: “Perché? A che scopo?”. Di fronte alla facile risposta, “per il bene dell’umanità”, è lecito porsi qualche dubbio». Evidente nel filosofo la preoccupazione: «Non possiamo, non dobbiamo lasciare in mano questo tema pericoloso, e insieme meraviglioso, al business, nel senso di un’attività il cui unico fine è il semplice profitto: questo sarebbe il compito della politica. Mi chiedo se la difesa della vita non rimandi alla revisione di quel capitalismo tecnocratico che conosce il prezzo di ogni cosa, ma non il suo valore».

Il dibattito

Nel dibattito moderato dalla giornalista del Corriere della sera Elisabetta Soglio, torna l’interrogativo sul “limite”. Sempre Petrosino: «Bisogna essere molto sinceri e umili nel momento in cui, invece di scegliere la vita, si sceglie la morte, trascurando i rapporti o non accorgendosi del bisogno dell’altro. L’attenzione è la preghiera naturale dell’uomo, diceva il filosofo Malebranche. Ricordiamo che, in nome del sapere, sono stati dominati i poveri, distrutti uomini e donne. Quante volte il sapere è stato usato come fonte di sfruttamento? Questa è la grande sfida e il dilemma». Laddove, per Testa, il limite è «la sfida delle democrazie plurali», per Mantovani, «molti che si occupano di educazione sanno che il limite è l’autoregolazione, in modo che limite e regola possano integrarsi. Tuttavia, è difficile dare dei limiti se noi adulti per primi siamo confusi. Mi pare che la scuola italiana sia poco preparata».

Dialogo e musica

Infine, dopo un confronto con il pubblico, l’attesa testimonianza della rockstar Omar Pedrini, già dei “Timoria”, in dialogo con Pietro Galeotti, autore televisivo e direttore di Linus, che racconta: «Dentro Omar convivono il naturale e l’artificiale, perché ha affrontato interventi per la sostituzione prima dell’aorta, dopo un aneurisma, e poi delle valvole aortiche». «Ho sperimentato sulla mia pelle quanto questo uomo bionico del futuro non è poi così lontano, avendo subito tre interventi di cui due a cuore aperto – confessa il cantante -. Per 8 anni non ho cantato, ho sofferto, certo, ma ho cercato un seconda possibilità, me la sono “giocata”, e ora so che è stata un grande opportunità. I miei problemi di salute mi hanno difeso dalle lusinghe del successo». E dopo aver eseguito le sue Shock e La Follia, commuove con la splendida Sole spento.

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