Il vicario generale, monsignor Mario Delpini ha presieduto la Celebrazione eucaristica per la Giornata Mondiale della Vita consacrata. A centinaia di religiosi, religiose e laici consacrati presenti nella basilica di Sant’Ambrogio, ha detto: «siamo stati scelti per essere un segno»

di Annamaria BRACCINI

Vita consacrata

Chi si consacra al Signore non si accontenta di desideri piccoli, ma vive di quelli grandi che vengono dal Signore e dall’attesa che si compia il suo Regno.

Nella Giornata Mondiale che la Chiesa dedica, appunto, alla Vita consacrata – quest’anno è la diciottesima –, nella basilica di Sant’Ambrogio arrivano da tutta la diocesi molte centinaia di suore, religiosi, monaci, consacrate e consacrati laici.

La Celebrazione eucaristica, presieduta dal vicario generale monsignor Mario Delpini, si apre, come tradizione, con la benedizione delle candele, che significativamente, per il secondo anno, avviene nella Cappella della basilica in cui sono conservate le reliquie di Santa Marcellina, sorella di Ambrogio, vergine dedicata a Dio.

Le fiammelle accese, simbolo dell’unica luce di Cristo, portate tra le mani anche da alcune religiose, la breve processione verso l’altare maggiore, guidata dalla bella e antica icona della Madre di Cristo, la trentina di concelebranti – in maggioranza appartenenti a Ordini e Congregazioni –, il canto ambrosiano dei Dodici Kyrie e del Gloria, sono il segno tangibile della grande partecipazione, in un clima di raccoglimento, a questo momento di fede e di gioia condivisa.

«Con la presentazione al tempio, Gesù si mostra luce e salvezza di ogni uomo e invita tutti noi consacrati a lasciarci illuminare da Lui per essere, a nostra volta, riflesso della luce per i fratelli», dice, nel saluto di apertura, Nicolina Melcore, da oltre cinquant’anni consacrata laica dell’Istituto secolare delle Missionarie del Sacerdozio Regale di Cristo, che aggiunge: «Gesù, che si offre al Padre per l’avvento del suo regno, è modello della nostra consacrazione. In questo tempio, cuore della diocesi, noi rinnoviamo oggi ed esprimiamo il nostro servizio alla chiesa ambrosiana e alla Chiesa universale, consapevoli che il dono ricevuto con la consacrazione ci apre il cuore e ci sospinge fino ai confini del mondo».

Un mondo nel quale, oggi, sembra essere sempre più diffusa la strana malattia dei “desideri piccoli”, riflette, aprendo la sua omelia, monsignor Delpini, che porta il ringraziamento e il saluto a nome del cardinale Scola, a Istanbul per la visita al Patriarca Ecumenico Bartolomeo.

Quello dei “desideri piccoli” è un male pericoloso e contagioso, ma appunto, così strano che non si sa nemmeno, spesso, di esserne affetti, spiega: «Accade che aumentano gli anni, ma i desideri rimangono piccoli». Non si chiede o si cerca più la felicità, ma solo un poco di tranquillità e di salute, non si vuole più la vita eterna, ma unicamente una vita possibilmente lunga e serena, non si desidera più «l’amore grande, l’amore per sempre, l’amore fedele e dedicato fino al sacrificio, ma qualche innamoramento provvisorio, qualche ‘stare insieme’ che dura finché dura».

Una malattia – scandisce, ancora, nel silenzio più assoluto, Delpini – «che produce rassegnazione» e, insieme «la frenesia insaziabile» che nasce dall’insoddisfazione di una vita “parcheggiata”, dove «non ci sono grandi méte da desiderare, grandi imprese per cui entusiasmarsi, proposte affascinanti per cui valga la pena correre».

Ma come un padre – e soprattutto il Padre – può curare tutto questo?

Chiara e senza mezzi termini la risposta del Vicario generale: «Mi pare che la risposta sia la chiamata di alcuni alla vita consacrata, uomini e donne che vivono di grandi desideri, perché credono alla grande promessa. La missione dei consacrati è quella di credere che i nostri desideri non devono essere piccoli come le nostre forzee le nostre risorse. La misura giusta dei desideri è quella indicata dalla promessa di Dio.

Per questo il Signore ci ha scelti, per essere un segno, per indicare un direzione, per vivere in attesa del suo Regno». In una parola, essere consacrati – mediante l’osservanza dei Consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza – significa essere vivi e vigilanti per la vita eterna, perché «alla fine di questa terrena il Signore non ci chiederà se siamo tanti o pochi, se siamo giovani o vecchi, se siamo laureati e intelligenti o privi di titoli e di pensieri originali: ci chiederà se abbiamo custodito i grandi desideri e creduto alla sua promessa e se abbiamo dato da mangiare e da bere la speranza cristiana a chi ne ha fame e sete».

Da qui, un invito alla conversione quotidiana dei cuori che trova, poco dopo, all’inizio della Liturgia eucaristica, nella rinnovazione delle promesse battesimali una risposta ideale corale. E, infine, nelle parole di ringraziamento del vicario episcopale di Settore, monsignor Ambrogio Piantanida, il senso di un cammino in vista dell’ “Anno della Vita consacrata” che sarà nel 2015. «Il mio è un augurio, ma anche una speranza, perché nell’epoca di rilancio della Chiesa che stiamo vivendo, percepisco che ciò riguarda in modo specifico la Vita consacrata». E tornano allora, alla mente le parole pronunciate solo qualche ora prima, nell’Angelus domenicale, da papa Francesco: «Le persone consacrate sono segno di Dio nei diversi ambienti di vita, sono lievito per la crescita di una società più giusta e fraterna, sono profezia di condivisione con i piccoli e i poveri. Così intesa e vissuta, la vita consacrata ci appare proprio come essa è realmente: un dono di Dio al suo popolo».

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