Dopo vent’anni lascia l’incarico di Abate della Basilica: «Ho sempre avuto la consapevolezza della responsabilità di custodire gli insegnamenti del Patrono, di sorprendente attualità»

di Luisa BOVE

«Mi piace Milano», esordisce monsignor Erminio De Scalzi, Abate di Sant’Ambrogio che dopo 20 anni lascia l’incarico. Si ritirerà a pochi passi dalla Basilica, come già il suo predecessore Verzeleri. E assicura: «Mi metto a disposizione per le confessioni, la Messa, l’ascolto della gente… ma mantengo anche l’attività di Vescovo ausiliare».

«La mia vita di sacerdote e Vescovo è quasi tutta trascorsa a Milano o in periferia e il tratto di ministero a Sant’Ambrogio è stato il più lungo». Si paragona a «un taxista esperto» perché «conosco i monumenti più belli (per me Sant’Ambrogio è la chiesa più bella della città e della Diocesi), ma anche le sue bellezze nascoste». Ha girato molto, prima come segretario del cardinale Martini, poi dieci anni in Azione Cattolica e infine parroco a Milano.

«È sempre stata viva in me la consapevolezza di una responsabilità – continua De Scalzi -, quella di custodire, insieme alle reliquie di Sant’Ambrogio, la sua memoria e i suoi insegnamenti, che sono di un’attualità sorprendente». Racconta con orgoglio di aver dato «una sede dignitosa all’Archivio capitolare, mettendolo a servizio non solo di studiosi, ma dell’intera città e della Chiesa ambrosiana, dove si conserva un patrimonio prezioso di codici miniati e di pergamene».

L’Abate ha voluto anche conservare la liturgia ambrosiana con il suo canto monodico: per questo ogni domenica, alle 11, i canonici a turno celebrano la Messa in latino col Messale di Paolo VI. Ai cultori della liturgia però ha sempre detto che «il rito non finisce in chiesa e non dispensa dall’amare i fratelli fuori».

«Sant’Ambrogio per me ha rappresentato qualcosa che va oltre il suo intrinseco e innegabile significato artistico – continua l’Abate -. La Basilica custodisce quei valori religiosi (e non solo) che per secoli si sono sedimentati e tramandati: è il cuore della città e qui affondano le radici della nostra fede e ambrosianità».

È una parrocchia nel centro storico, ma aperta su un orizzonte più ampio, oltre i confini territoriali. La prima attenzione dell’Abate va ai residenti, cui si aggiungono i parrocchiani di elezione, che considerano Sant’Ambrogio «la chiesa dei milanesi». Frequentata anche da coloro che «sono in ricerca di silenzio, preghiera e accompagnamento di fede». Per questo in Basilica c’è sempre un prete disponibile per le confessioni e l’ascolto delle persone.

«Negli ultimi anni Milano è diventata città attraente ed Expo ha fatto da volano, richiamando tanti turisti per il suo patrimonio artistico, storico e culturale. Questo mi ha sollecitato a tenere bene la Basilica e a introdurre cartelli in inglese – spiega De Scalzi -. C’è anche la bella iniziativa “Pietre vive”, ragazzi che una volta al mese si mettono al servizio gratuito di qualsiasi visitatore o gruppo di stranieri: fanno da guida e spiegano la catechesi».

«Milano è una città dal cuore solidale e a vocazione imprenditoriale, per questo credo che possa fare molto anche per il problema del lavoro dei giovani. Milano non ha mai perso la sua vocazione all’apertura, capace di integrare il nuovo, il diverso. Per chiunque si trovi lontano dal suo Paese, la Chiesa a Milano è come una casa in cui nessuno è straniero e la parrocchia è il volto amico della Chiesa».

 

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