Una folla unita come i membri di una sola famiglia, al di là delle differenze religiose, ha reso l’estremo saluto al giovane richiedente asilo morto al centro La Vincenziana. Una partecipazione commossa che rende ancora più beceri alcuni commenti affidati ai social

di Francesco CHIAVARINI

Gli ospiti della Vincenziana
Gli ospiti della Vincenziana

Una morte è sempre un evento tragico. Tanto più se colpisce una persona giovane. Eppure l’improvvisa scomparsa di Souleman Aboubakari, un ragazzo di 20 anni giunto dal Benin in Italia e ospite del centro di accoglienza per richiedenti asilo La Vincenziana a Magenta, ha gettato un seme di speranza.

Sabato 1 settembre, a dargli l’ultimo saluto presso la camera mortuaria dell’Ospedale di Magenta, si sono ritrovati in tanti. C’erano i membri della comunità islamica di Magenta, che Souleman da credente frequentava. C’erano gli operatori della Cooperativa Intrecci che gestisce il centro, molti dei quali visibilmente commossi, perché con il giovane avevano condiviso le speranze e le aspettative che accompagnano il percorso di ogni richiedente asilo. C’erano tanti cittadini comuni, che lo avevano conosciuto. Insieme hanno pregato e pianto. Chi seguendo le parole e i gesti dell’imam Ahmed Elabbassy. Chi quelle di don Giuseppe Marinoni, decano di Magenta. Gli uni accanto agli altri, come i membri di una stessa famiglia.

Davanti a quella folla commossa sono sembrate ancora più lunari le parole vili e becere scritte sulla pagina facebook di un quotidiano on line dai soliti anonimi leoni da tastiera, per commentare la notizia del ritrovamento del corpo senza vita del giovane, colto nel suo letto da un malore che gli ha fermato il cuore, come l’autopsia ha chiarito. «Uno in meno da mantenere», qualcuno non ha esitato a dire.

Davanti al feretro di questo giovane, ai volti affranti e alla lacrime di chi lo aveva conosciuto sono sembrate enormemente distanti anche le tante immagini utilizzate nel dibattito pubblico per descrivere i migranti. Immagini irridenti («palestrati»), colpevolizzanti a prescindere («clandestini»).

Davanti al fatto drammaticamente concreto di una giovane vita spezzata, è evaporata come neve al sole la realtà virtuale prodotta dalla propaganda senza freni inibitori cui ci stiamo abituando nell’era della politica fatta coi social.

Nel suo intervento proprio il Decano ha sottolineato che quanti erano venuti a rendere l’ultimo omaggio al giovane Souleman stavano compiendo qualcosa di molto importante, «da qui può nascere la pianta dell’amicizia». Ci auguriamo che il suo auspicio si realizzi. Prima di tutto a Magenta, naturalmente.

Da questo episodio, tuttavia, forse è possibile ricavare anche il germoglio di una possibile nuova consapevolezza che travalichi i confini locali: la speranza che, prima delle etichette affibbiate dai manipolatori delle coscienze, si riesca sempre a guardare alle persone. Che sotto le definizioni di “migrante economico”, “richiedente asilo”, “irregolare”, non ci si dimentichi mai che ci sono ragazzi e ragazze, uomini e donne, con aspettative, desideri, gioie, sofferenze, come quelli che aveva Souleman Aboubakari. Non, naturalmente, perché quelle definizioni non abbiano un senso e un valore, ma perché non ci facciano perdere un valore più importante che sta nella nostra capacità di riconoscerci esseri umani.

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