Sirio 01-03 marzo 2024
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L’esperienza

Da giovane di Ac
a esperto di bioetica

La testimonianza di fede nella vita quotodiana di Mario Picozzi, già responsabile diocesano dei giovani di Azione Cattolica e oggi medico e docente universitario

di Martino INCARBONE

14 Aprile 2013

Mario Picozzi è medico, professore presso l’Università dell’Insubria di Varese ed esperto di bioetica. Vive anche da un osservatorio particolare l’esperienza della Chiesa perché è stato responsabile diocesano dei giovani di Azione Cattolica e ora è spesso invitato nelle parrocchie per serate che approfondiscano i temi di bioetica.

Quali sono le sollecitazioni che le vengono dal suo lavoro?
Nel mio lavoro vengo sollecitato a confrontarmi con le domande e i conflitti che riguardano la vita delle persone: per esempio continuare o sospendere un trattamento medico, oppure come prendersi cura del genitore malato di mente. Ho imparato che alla domanda «Cosa fare?», che spesso mi viene rivolta, occorre rispondere «Raccontami la tua storia», o anche «Raccontatemi la sua storia». Se la vita conta, non si può decidere a prescindere da essa; la vita insegna alla vita.

Con l’Anno della fede celebriamo anche l’anniversario dell’apertura del Vaticano II. Come il Concilio ha dato forma alla Chiesa di oggi?
Il messaggio più importante che il Concilio ci ha consegnato è anzitutto quella di non smettere mai di chiederci quale immagini di uomo e di Chiesa stiamo costruendo. Detto in altre parole, le scelte non sono neutre: occorre avere il coraggio e la pazienza di consentire differenti esperienze, perché così la Chiesa mantiene la sua capacità di leggere i segni dei tempi.

Vaticano II è una parola molto attuale e molti dicono incompiuta. Quali parole del Concilio sulla Chiesa saranno decisive per le nostre comunità nei prossimi dieci anni?
La risposta a questo punto è semplice, è il proemio della Gaudium et spes: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi soprattutto dei poveri e di tutti coloro che soffrono sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e non vi è nulla di genuinamente umano che non trovi eco nei loro cuori».

Ha già avuto modo di dire che il contributo più grande che l’Azione Cattolica ha dato è quello della formazione delle coscienze. Che cosa significa oggi formare la coscienza?
Credo che nel tempo sempre più le possibilità aumentano, le opzioni si moltiplicano: se tutto questo presenta indubbi lati positivi, non solo i giovani, ma anche gli adulti faticano a fare sintesi, ovvero a trovare ciò che unisce e dà sapore all’esistenza. Si fa fatica a tenere insieme ciò che passa e ciò che rimane. Formare la coscienza oggi significa immaginarla come una membrana, capace di far entrare e uscire differenti elementi, mantenendo la sua identità. Purtroppo la coscienza troppo spesso viene identificata come una barriera, dove per conservare l’identità nulla deve entrare e nulla deve uscire.

Nella sua storia quali sono le persone o le esperienze che hanno formato la sua coscienza?
Indico senza dubbio due persone: il professor Giuseppe Lazzati, che non ho conosciuto personalmente, ma di cui ho letto tanto e di cui mi hanno raccontato tante persone: la sua proposta di unità dei distinti, ovvero la sintesi che riconosce il valore delle realtà create. La seconda è il mio vecchio parroco, le cui parole prima di addormentarsi erano «Gesù e Cologno» (la sua città): il primato di Dio nell’amore alla storia, per come essa è e per come ci viene consegnata.