Intervista a don Tullio Proserpio, cappellano dell’Istituto nazionale dei tumori, dove l’11 settembre il cardinale Scola si recherà per incontrare personale e degenti e per visitare il reparto pediatrico

di Francesca LOZITO

Al nono piano del blocco E dell’Istituto nazionale dei tumori a Milano si trova la cappella Beato Giovanni XXIII e Beato cardinal Ferrari. Ogni giorno, alle 17.30, la Messa raduna in questo luogo una piccola comunità di persone: malati che portano i segni visibili della sofferenza, altri più silenziosi, familiari che li accompagnano o che vengono soli, quasi senza farsi vedere, a pregare. Ma il via vai, naturalmente, dura per tutto il giorno: in ogni minuto in questo luogo di sofferenza e di vita riconquistata c’è qualcuno che si affida, che rende grazie, che sussurra una preghiera.

Non è un movimento isolato a questo luogo dell’ospedale: i due cappellani, don Tullio Proserpio e don Giovanni Sala, percorrono i reparti di degenza, accompagnano chiunque richieda la loro presenza, si fermano anche solo a scambiare qualche parola con i medici, gli infermieri, il personale sanitario e di servizio, gli operai incaricati della manutenzione della struttura. Di prima mattina don Tullio manda via mail alla "Lista tutti" dell’Istituto, e non solo, un pensiero spirituale. Bastano poche righe: una frase di Benedetto XVI come di uno scrittore, alle volte anche parole condivise con chi compie il percorso di malattia, davvero non c’è distinzione.

«È un modo – spiega don Tullio – per iniziare insieme la giornata anche se si è distanti. Ho notato con sorpresa che questo gesto viene apprezzato da tanti, anche da chi dice di non credere». Di fronte a una malattia grave come il tumore spesso infatti si apre una prospettiva di senso anche per chi dice di essere lontano dalla Chiesa: «Sì, ci capita molto spesso di avere a che fare con persone che si definiscono non credenti o atei. Sono disponibili a dialogare con noi. Noi siamo qui per tutti e non forziamo mai nessuno. Così con sorpresa, abbiamo scoperto assieme a loro, che è possibile fare un percorso che avvicini alle domande più grandi».

Certo, non è mai una strada facile: il tumore ferisce il corpo come l’anima, il timore di non guarire è paralizzante, come quello di avere una vita condizionata dalle terapie: «A noi, sacerdoti, non è dato di trovare le risposte, ma di accompagnare i malati e i familiari in questo percorso, che può portare, alle volte anche a riconciliazioni insperate», spiega ancora don Tullio.

Accompagnare è la parola che ricorre di più nel ministero di questi due sacerdoti ambrosiani. Nelle situazioni più difficili come il dolore innocente. Il cardinale Scola martedì, dopo l’incontro con il personale dell’Int, visiterà proprio il reparto di pediatria. Un luogo di sofferenza da cui nascono tanti “fiori di bene”, prima di tutto per l’alta qualità della cura: è il polo di oncologia pediatrica d’Italia per casistica ed è il secondo centro nel continente dopo l’Istituto Gustave Roussy di Parigi. Con i suoi oltre 200 nuovi casi diagnosticati all’anno, infatti, si occupa del 15% di tutti i bambini che si ammalano di cancro ogni anno nel nostro Paese. E molti vengono anche dall’estero. Si fa ricerca nella pediatria di via Venezian, grazie alla partecipazione di oltre il 75% dei pazienti a protocolli clinici a carattere internazionale e nazionale.

«Un altro aspetto dello stile della nostra presenza come sacerdoti in questo posto – riprende don Proserpio – riguarda proprio la ricerca: riteniamo, infatti, che sia possibile lavorare con rigore scientifico assieme a medici e ricercatori sui temi che ci stanno a cuore». Così quest’anno il sacerdote ha coordinato una revisione di studi che riguardano la presenza del pastoral care, l’assistenza spirituale negli ospedali di tutto il mondo, pubblicata sulla rivista Tumori. E ha avviato una ricerca, attraverso un questionario autosomministrato – assieme a medici e ricercatori dell’Int, medici che lavorano all’estero, docenti di statistica, teologi – sulla percezione della speranza all’interno dell’ospedale da parte dei pazienti degenti in Istituto o seguiti presso gli ambulatori. «Ci sono ormai studi a livello internazionale che confermano come l’assistenza spirituale migliori la qualità della vita del malato. Si tratta ora di capire – riprende don Tullio – come sia possibile trovare nuovi percorsi di vicinanza a chi si trova nella difficile condizione della malattia». Ma sempre «con una buona formazione: non ci si può improvvisare accanto a una persona, in modo particolare se questa deve traversare il percorso di malattia. Occorre avere un’adeguata preparazione per sostenere sia chi si trova nel passaggio tra la vita e la morte sia chi da una malattia esce guarito».

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