In merito al dibattito a Palazzo Marino, necessario andare oltre un approccio ideologico. Parla Alfonso Colzani, con la moglie Francesca Dossi, responsabile del Servizio diocesano per la famiglia

di Pino NARDI

Alfonso Colzani

«La famiglia ha un ruolo sociale e civile evidente, il suo benessere complessivo si riversa positivamente sull’intera società, quindi richiede un sostegno in questa fase di crisi, più che in altre». Alfonso Colzani, insieme alla moglie Francesca Dossi, è il responsabile del Servizio per la famiglia della Diocesi di Milano. Alla vigilia della discussione a Palazzo Marino sull’istituzione del registro delle unioni civili, riflette su questa proposta, lontano da schematismi ideologici, sottolineando l’inutilità ai fini pratici del provvedimento. E rilanciando con forza la necessità di porre al centro delle politiche comunali la famiglia, con tutti i suoi bisogni, soprattutto in una stagione di crisi, che la colpisce pesantemente. Un sostegno indirizzato innanzitutto a chi si prende impegni pubblici per la società diventandone una risorsa. «Bisognerebbe portare il confronto sul piano culturale e dei contenuti, non semplicemente sulla contrapposizione fra il “vecchio” e il “nuovo che avanza”, che sono banalità. La Chiesa non deve essere tanto preoccupata di difendere le vecchie forme quanto di far lievitare i contenuti che queste forme in qualche modo difendevano».

Colzani, la proposta di istituire il registro delle unioni civili è un’esigenza e una priorità per Milano?
Abbiamo davanti l’esperienza di quanto è accaduto nelle altre città, per esempio a Bologna, dove questo registro non è utilizzato e non comporta nessun vantaggio concreto alle coppie conviventi. Dunque, è un’operazione che ha un valore simbolico e quindi agisce fondamentalmente a un livello di mentalità. Il che non significa non abbia ricadute concrete, poiché offre la possibilità di rappresentare i legami anche in una forma diversa da quella che li vede disciplinati dal matrimonio, dalla relazione stabile, duratura e socialmente riconosciuta. Allora che sia una priorità non lo so, dal punto di vista concreto comporta poco, per cui ci si chiede: è una priorità agire a livello simbolico nel prefigurare una diversa strutturazione dei legami? Con quali vantaggi?.

Quella della comunità cristiana è certamente una proposta diversa…
Noi credenti siamo più legati, per una convinzione sia antropologica sia di fede, basata sulle parole del Nuovo Testamento, su una diversa rappresentazione e strutturazione dei legami, che se sono duraturi e stabili raggiungono la loro verità e la loro bellezza. Per noi famiglia è un’unione stabile e pubblica tra un uomo e una donna aperta alla vita. La Chiesa è convinta che chi investe tutto nel legame e in esso si impegna giocandosi fino in fondo, si dischiude a un rapporto che conduce a una maggiore verità e profondità della relazione. Il registro incoraggia una visione antropologica diversa.

L’assessore alle Politiche sociali Majorino insiste sull’introduzione del registro per “forzare” in qualche modo un dibattito nazionale per una legge. C’è il rischio allora di una prevalenza ideologica di questa operazione?
Sì, può darsi che ci sia questo elemento “strategico”. È chiaro però che un dibattito nazionale in Parlamento non si limiterebbe a un registro, perché affronterebbe anche il disegno complessivo dei vari legami pesandone il loro rilievo sociale. Allora questo avrebbe un altro senso e ci sarebbe una maggior possibilità anche da parte dei cattolici di intervenire portando le proprie convinzioni interagendo in modo costruttivo con le altre identità culturali. Quindi sarebbe una cosa più seria. Introdurre un registro così invece è un’iniziativa sostanzialmente inefficace, forse semplicemente un’operazione d’immagine.

Anche perché già oggi le persone conviventi da un punto di vista anagrafico possono ottenere benefici…
In effetti non si capisce quale sia il guadagno. Probabilmente questa Giunta in qualche modo deve saldare alcuni “debiti” verso una parte di elettorato che l’ha sostenuta.

C’è il rischio di mettere sullo stesso piano la famiglia costituita dal matrimonio, con diritti e doveri, con realtà più mobili?
Questi sono temi complessi che possono essere affrontati solamente da un dibattito serio, perché si tratta di riconoscere un ordine e una gerarchia negli affetti e nelle relazioni, e anche negli impegni e nelle responsabilità che due persone si prendono. È evidente che dal punto di vista del legislatore civile è necessario mettere un certo ordine, perché se due persone sono legate stabilmente in maniera affettiva hanno anche la possibilità di esercitare reciprocamente alcuni diritti. Quindi è un’esigenza in qualche modo ormai improcrastinabile, per una realtà di circa 500 mila coppie in Italia che scelgono la convivenza come forma stabile di unione. Queste hanno alcuni loro diritti, però è un problema che va affrontato con calma e dall’organo legislatore.

Il sostegno alla famiglia – la maggioranza della realtà sociale anche milanese – è invece una necessità da porre con più decisione al centro dell’attenzione anche dell’Amministrazione pubblica?
È un problema emerso molto chiaramente anche durante l’Incontro mondiale delle Famiglie. Le famiglie che hanno sancito la loro unione con un matrimonio, sia civile sia religioso, in Italia sono diversi milioni contro le 500 mila convivenze. Se si vuole aiutare la famiglia, questa è la direzione principale.

C’è il rischio che si innesti uno scontro ideologico: proprio su questi temi non sarebbe meglio evitarlo?
Certo. Per evitare lo scontro ideologico, occorre partire da una discussione serena sui legami e sulla loro verità, sulla loro funzione e sulla stabilità per la crescita dei piccoli, che sono poi il nostro futuro. Buoni e stabili legami tra adulti servono a formare nuove generazioni equilibrate, in grado di progettare speranze. È un discorso antropologico molto complesso, che sta a cuore anche al cardinale Scola, il quale sottolinea che fondamentalmente queste convinzioni della Chiesa possono essere supportate dalle scienze umane, anche da parte di studi laici, e rispondono anche a esigenze culturali odierne.

È un patrimonio che la comunità ecclesiale pone all’attenzione di tutti…
Sì, penso che dovrebbe essere fatto circolare con molta serenità in un dibattito sulla sostanza delle cose, invece di fermarsi su diritti di alcuni che, comunque, devono essere affrontati prima o poi perché il fatto che siano diritti di pochi non vuol dire che non siano di nessuno. Però il dibattito di cui stiamo parlando ci porta, un po’ strumentalmente, su un binario secondario.

Sulle unioni gay cosa pensa?
Questo è un altro capitolo. Difendo il concetto di matrimonio, che ha una sua specificità, una sua storia millenaria e che non può essere confuso con le unioni omosessuali.

Insomma attenzione alle persone, non tanto come matrimonio perché in quel caso non c’è…
Sì, non c’è matrimonio, non ci sono quelle note che da millenni vengono attribuite a esso, come la differenza sessuale e la possibilità di procreare naturalmente.

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