Nell'incontro a più voci, svoltosi presso il Conference Centre dell'Esposizione, si sono confrontati il Vescovo di Taranto, il ministro dell'Ambiente, e altre testimonianze che hanno approfondito l'Enciclica di Papa Francesco "Laudato si'"

di Annamaria BRACCINI

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«Noi non siamo Dio, la terra ci precede e ci è stata data». Queste parole non sono di un pericoloso rivoluzionario, ma di papa Francesco che le scrive al numero 67 dell’Enciclica, “Laudato si'”, indicando il nostro ruolo di custodi del Creato. 
E questa potrebbe essere anche la cifra interpretativa dell’intero incontro che, al Conference Centre di Expo, ha inteso festeggiare e sottolineare la Giornata nazionale per la custodia del Creato, ora divenuta anche Giornata Mondiale di preghiera, attraverso i Lavori del Convegno promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana con il titolo “Laudato si’. Rinnovare l’umano per custodire il Creato”. 
A dare avvio all’affollata mattinata, con una suggestiva relazione, monsignor Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente della Commissione Cei per i Problemi sociali e il Lavoro, la Giustizia e la Pace. 
«Expo e un’occasione propizia per globalizzare la speranza e la solidarietà. Il Papa ci invita a non separare l’uomo dall’ambiente, come bene spiega il termine italiano “creato”». 
La riflessione è approfondita nel riferimento a due luoghi-simbolo: il Brasile, dove per molti anni monsignor Santoro è stato come Fidei Donum e Taranto, terra segnata dal dramma dell’ambiente. 
Su questo il Vescovo della città pugliese non usa mezzi termini: «L’eterno conflitto tra la salvaguardia del lavoro e lo sfruttamento della terra non è più tollerabile. Per questo occorre operare una conversione del nostro modo di consumo, ma anche di produzione. Dobbiamo salvarci dalla perdizione causata dai sistemi produttivi e operare, appunto, una conversione verso l’ecologia umana integrale». 
Il pensiero va, inevitabilmente, alle immagini terribili di questi giorni. «Il bambino siriano morto sulla spiaggia della Turchia ci chiama in causa così come la parte di mondo che patisce la fame e la guerra bussando alle porte di Paesi come i nostri che consumano in maniera sconsiderata. Anche a una prima lettura si può notare il respiro cattolico, cioè universale, dell’Enciclica che, tuttavia, non elimina una precisa localizzazione dei problemi. Ambiente, salute e lavoro, la bonifica delle coscienze, la vocazione al bene comune non come slogan, trovano una vasta esposizione in tale documento da non sprecare. 
L’orizzonte ampio dell’Enciclica è la prospettiva adeguata che trovare soluzioni e risolvere questioni come quelle del rapporto tra ambiente, salute e lavoro». 
Se al “metodo” per superare i nodi problematici  bisogna dare una prospettiva, come disse proprio Bergoglio alla Conferenza di Aparecida, questa è, d’altra parte, chiarissima proprio nel pronunciamento di Francesco che richiama lo sguardo di Cristo e il Magistero, attingendo a piene mani alla grande ricchezza della tradizione delle Chiesa universale e delle Conferenze Episcopali locali. «Come società e Chiesa – scandisce, infatti, monsignor Santoro – non possiamo perdere le provocazioni che vengono dalla realtà attraverso cui ci parla il Mistero. Basti pensare al grido dei poveri. Chi distrugge e chi si disinteressa al rispetto della Casa comune è ugualmente colpevole. Dalla negazione del problema alla rassegnazione comoda, dalla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche al dominio tecnocratico di una logica globalizzata che esclude la visione umana dell’insieme, la via da percorrere in futuro è la collaborazione». È in un tale contesto che appare prezioso il valore condiviso della salvaguardia del creato. «Il terreno del dialogo e della testimonianza dell’ecumene è, oggi, appunto la custodia del creato che ci può offrire l’opportunità di un cammino comune. La questione dell’ambiente è il grande punto di riferimento per l’annuncio e per l’evangelizzazione. 
Esiste un debito ecologico,come si dice nell’Enciclica e come dimostra nel concreto della sua carne una terra che ha dato tanto quale è Taranto, che ha ricevuto posti di lavoro ma che è stata sfregiata dalla continua produzione dell’acciaio. 
Il problema della salute, del lavoro, la cura dell’ambiente è contenuto centrale ed essenziale. Il grido della terra e dei poveri camminano di pari passo. Tutto è connesso e in relazione: la parola chiave è, quindi, ecologia integrale. Non a caso l’Enciclica non è come si legge, solo “verde” o  ecologica, ma si pone come un pronunciamento sociale che abbraccia il problema lavorativo, culturale, educativo. Il nodo cruciale è superare l’individualismo, facendo dell’Enciclica un laboratorio per far divenire luoghi violentati, come è Taranto, spazi di speranza e lavoro comune».  
Concorda con il Pastore, il ministro dell’Ambiente, della Tutela del Teritorio e del Mare, Gian Luca Galletti,che apre il suo intervento ringraziando papa Francesco e la Chiesa che «laddove c’è emergenza ambientale, che è sempre anche emergenza sociale, lavora sempre nell’interesse del Paese». 
«Se non abbiamo una dimensione etico-sociale – prosegue il rappresentante del Governo -, non risolveremo mai le questioni aperte. L’accordo tecnico ed economico è spesso una soluzione al ribasso, mentre se c’è un salto di qualità e di impegno etico, le soluzioni economiche e le scelte tecniche verranno da sé. Occorre avere paura dell’indifferenza con cui stiamo affrontando la migrazione e ricordiamoci che non c’è un problema dell’emigrazione slegato dalla lotta alla povertà e alle diseguaglianze. Ciò che si deve siglare a Parigi, nella prossima Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul Clima di fine anno, non è solo un accordo su un singolo aspetto, ma un’intesa strategica riguardante l’economia che va mutata profondo. Bisogna passare dall’economia lineare, tipica del Novecento, a quella circolare che segnerà il XXI secolo. Infatti, l’Italia è tra i Paesi che spingono perché si arrivi un accordo il più ambizioso possibile, poiché se si va al ribasso si perde la scommessa, tanto che la storia dei vertici mondiali sull’ambiente e anche storia di fallimenti. A Parigi non c’è un opzione, “un piano B”, perché non esiste un “pianeta B”. In questo contesto, l’appello alla sobrietà è fondamentale, come spiega il Papa, ma presuppone una rivoluzione culturale, per esempio, nei consumi alimentari ed energetici. Altrimenti l’alternativa non è solo la desertificazione del pianeta, ma delle coscienze».  

Le testimonianze

Poi, le testimonianze, come quella di Simone Morandini della Fondazione Lanza, che cita la «cura-custodia, che papa Francesco sottolinea, il cambiamento-conversione e la convocazione-contemplazione. Tre coppie sei C a indicare tre direzioni su cui orientare e ridefinire i comportamenti, secondo l’edificazione di saperi integrali capaci di ricostruire la polis». 
L’etica, conclude, «è stretta parente dell’ottica, perché nel nostro comportamento pesa lo sguardo che posiamo sul creato. Bisogna ricostruire una seria cittadinanza ambientale, cogliendo l’irriducibile radicamento dell’umanità nel biologico». 
Da altre sua, Pierluigi Malavasi, direttore dell’Alta Scuola per l’Ambiente, ASA, dell’Università Cattolica, parla di “Laudato si'” come di una preghiera, «in quanto niente di questo mondo ci è indifferente come cristiani. La nostra Alta Scuola vive per elaborare linee e orientamenti della salute e del vivere sostenibile». Oltre trecento gli studenti, in questi anni, dei Corsi e dei Master dell’ASA, testimoniano, già da soli, un interesse crescente nelle e per le giovani generazioni. 
Infine, è fra’ Roberto Lanzi, della Comunità monastica di Siloe, a chiedersi quali forme debba avere nell’oggi, la lode al Signore? Chiara la risposta: «Non è forse necessario rispondere alla convocazione di Dio creatore, ritrovando il suo volto nel creato, mutando la relazione con Lui, con gli altri e con l’ambiente? Che ne abbiamo fatto del mondo come sorriso di Dio? La lontananza dal Creatore ha portato alla realtà di moltissimi luoghi dove si vive la cecità della bramosia umana che preclude il futuro. Così la terra e l’uomo di oggi sono nella sofferenza. L’Enciclica è un nuovo Cantico per l’uomo contemporaneo che deve imparare a vivere “con”. 
Per tutti è venuto il tempo di rispondere al richiamo del Papa con il proprio “Eccomi”. Niente è più controcorrente di questo, ritrovare la nostalgia di autenticità, rivedendo, con occhi nuovi, i propri criteri di valutazione della vita e dei suoi stili. Nell’Anno della vita Consacrata in cui siamo chiamati a “svegliare il mondo”, dobbiamo farlo anche con una sana pressione sui potenti del mondo». 

Le conclusioni

E allora che fare? Sinteticamente, a conclusione del Convegno, tira le fila monsignor Fabiano Longoni, direttore dell’Ufficio CEI per i Problemi Sociali e il Lavoro, la Giustizia è la Pace, la Custodia del Creato. «Bisogna fare verità in una realtà in cui il munus, che significa insieme debito e dono, va ristabilito, con una logica positiva di ricevere e donare a nostra volta.  Questo indica la necessità di imparare a vedere le cose dal punto di vista degli altri, come avviene nel Padiglione inglese in Expo dove si guarda il mondo secondo la visione delle api. 
Senza ideologizzare troppo, occorrerebbe però ripensare la decrescita contro un turbocapitalismo». 
L’appello è a considerare l’esistente dal “di dentro” e a unire i “pezzi” di un mondo in frantumi, mettendo insieme anche i nostri rottami interiori. Da qui l’auspicio di una grande opera educativa, peraltro evidenziata dal Papa; di una formazione di leadership, basata sulla Dottrina Sociale della Chiesa; di una democrazia deliberativa, capace non solo di denunciare e protestare, ma di promuovere cittadinanza attiva; della creazione di un autentico lavoro di rete in vista del bene comune. Quello trasfigurato, per chi crede, dalla presenza viva del Padre nel giardino terrestre e nella dignità dei suoi figli umani creati a sua immagine. 

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