A Villa Sacro Cuore la IV sessione presieduta dall’Arcivescovo su «La pluriformità nell’unità nella pastorale dell’Arcidiocesi ambrosiana» e il rapporto tra forme “carismatiche” e “istituzionali”

di Alberto MANZONI

Consiglio pastorale diocesano

I carismi nella Chiesa sono doni dello Spirito Santo. Doni preziosi – anzi fondamentali – per la vita della comunità cristiana. Sono segno di quella cura che il Signore risorto ha promesso ai suoi discepoli: sarò sempre con voi (Mt 28). In ogni tempo lo Spirito li suscita per permettere alla sua Chiesa di essere segno di Vangelo nella storia. Sono dunque un dono che non si impone, ma che va accolto, vagliato, vissuto. La storia dei diversi ordini religiosi, e oggi anche di movimenti e associazioni, esprime questa ricchezza e con essa anche qualche problema nei rapporti tra questi soggetti profetici suscitati dallo Spirito e quelli gerarchici, che pure vengono dal medesimo Spirito, ma che maggiormente sono espressione della dimensione istituzionale della Chiesa. Come comprendere e testimoniare la co-essenzialità di questi doni? Proprio su questa tematica è stato chiamato a discutere il Consiglio pastorale diocesano sabato 26 e domenica 27 novembre a Villa Sacro Cuore di Triuggio – quarta sessione del nono mandato – affrontando l’ordine del giorno: «“La pluriformità nell’unità” nella pastorale dell’Arcidiocesi ambrosiana»

Come di consueto, i consiglieri si sono preparati grazie alle indicazioni di lavoro della traccia e il rimando alla Lettera pastorale e a Evangelii Gaudium, oltre che al recente documento Iuvenescit ecclesia. Dopo la fase di lavoro a zone, in sessione plenaria si è iniziato con la testimonianza di monsignor Franco Agnesi sui passi di discernimento compiuti al tempo del cardinale Carlo Maria Martini e sulla nascita del coordinamento diocesano di associazioni movimenti e gruppi ecclesiali, di cui oggi Silvia Landra (Ac) e Alberto Sportoletti (Cl) hanno indicato nuovi passi.

Associazioni e movimenti sono oggi parte viva della nostra Chiesa. La discussione in Consiglio è stata molto ricca di interventi – cinquantaquattro su un centinaio di presenti – e di spunti, a partire da una “fotografia” dell’esistente, che non punta a una banale rassegna di “cosa si fa o cosa non si fa”, ma parte dalla consapevolezza che siamo legati al territorio e alla realtà delle cose per disegnare – magari sognare – nuovi percorsi per il futuro. Anche il cardinale Scola lo ha sottolineato: ripartiamo dall’unità che ci precede e lavoriamo per l’unità «a partire dall’esperienza che facciamo dei motivi costitutivi della nostra fede».

Un dibattito vivace

Come continuare questo dialogo fruttuoso? Il metodo è quello di agire insieme, rispondendo alle sfide che oggi ci pone la vita; lavorare insieme è la strada giusta per mettersi al servizio della comunità cristiana e anche di tutte le donne e gli uomini il cui cuore attende un messaggio di speranza e misericordia, quello di Dio. L’Arcivescovo ha ricordato che «l’unità non è il prodotto delle nostre iniziative», mentre è Gesù che «genera unità in me». Ha pure invitato a superare il luogo comune della distinzione tra forme “carismatiche” e “istituzionali” (o “gerarchiche”), in quanto nella Chiesa anche l’istituzione ha un proprio carisma: la parrocchia, per esempio, ha quello di essere casa tra le case della gente.

Il ricco dibattito ha guadagnato alcuni punti per un futuro cammino: tener presente che siamo sempre e prima dei “convocati”; partire dalla vita; approfondire insieme oggi il volto di una Chiesa pluriforme nell’unità dove tanti soggetti sono suscitati per esprimere in comunione la missione della Chiesa; valorizzare le diversità anche nei cammini di fede; cercare luoghi (il decanato?) e tempi per continuare tra tutti un dialogo “operoso”.

Tra i futuri temi del Consiglio pastorale vi saranno quello del prossimo Sinodo su “Giovani e fede” e poi ovviamente la ricaduta della visita del Papa tra noi, a cui l’Arcivescovo chiede di prepararsi fin d’ora con la preghiera.

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