All'Ambrosiana, alla presenza del cardinale Scola, presentazione dell'Atlante storico diretto da Alberto Melloni, che dice: «Scopo di questa opera è mostrare il Vaticano II come un evento di grazia»

di Pino NARDI

Atlante storico del Concilio

«A oltre 50 anni dal Vaticano II ci rendiamo conto che quell’intuizione evangelica e profetica che c’era nell’annuncio e nella speranza del Concilio continua ad essere feconda per la Chiesa d’oggi». Lo sostiene Alberto Melloni, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Modena/Reggio e segretario della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna. Giovedì 13 ottobre sarà a Milano a presentare l’Atlante storico del Concilio Vaticano II da lui diretto, insieme al cardinale Scola (vedi box).

Qual è la novità di questo volume?
Abbiamo messo in fila i dati del Vaticano II usando il modello dell’atlante per cercare di darne una rappresentazione sintetica. Lo scopo di quest’opera – che costituisce una sorta di coda della “Storia del Vaticano II” pubblicata in cinque volumi – è il racconto del Concilio, delle tappe e dello sviluppo anche attraverso le immagini e la grafica, fornendo uno strumento di più agevole accesso e al tempo stesso di riuscire a mostrare quello che è il cuore di quella ricerca. Far vedere il Vaticano II non tanto e sempre meno come la macchina che fabbrica documenti, ma come un evento in cui si è manifestata quella grazia particolare che deriva dalla pratica sinodale e conciliare, che abbiamo visto anche di recente in altre circostanze.

Quindi un testo rivolto non a specialisti, ma al popolo proprio per poter approfondire…
Il mestiere dello specialista è quello di riuscire a spiegare cose a chi non le sa e non a chi presume di saperle. Quindi è un testo che ha come pubblico – ed è lo scopo dell’opera – quello che una volta si chiamava il popolo fedele, le persone che hanno voglia di curiosità, di capire che cosa è stato il Vaticano II per davvero.

Quanto ancora del Concilio deve calarsi nella vita della Chiesa a tutti i livelli?
È una questione di punti di vista. Uno dei grandi equivoci del post-Concilio è stato immaginare che in quel Concilio entrava una dinamica “legge e applicazione” o “ordine ed esecuzione”, per cui si trattava di vedere quanti degli ordini superiori dati erano stati già obbediti e quali disobbediti. In realtà, quello che il Concilio voleva fare, quello che Giovanni XXIII aveva in mente, era qualcosa di più complicato: avviare un processo riformatore che lui chiamava aggiornamento, perché non l’immaginava semplicemente come un ritorno al prima – come è nel termine riforma (riforma e restaurazione sono la stessa parola) – a un punto originario che si suppone sia migliore. Roncalli dicendo aggiornamento intendeva qualcosa di diverso, cioè il tentativo della Chiesa di riuscire ad andare in avanti, incontro a una fedeltà al Vangelo maggiore e a quelli che nel suo linguaggio erano i segni dei tempi. Non perché si trattasse di ammodernare qualcosa nella Chiesa, ma di avere la capacità di ascoltare la voce del Vangelo dentro la storia, la tesi di pace e di giustizia delle persone. Da questo punto di vista il Concilio semplicemente va misurato con il passo lento del montanaro, non con la tabellina delle cose eseguite e ineseguite.

Anche adesso nella Chiesa di papa Francesco…
Quello che vediamo ancora oggi è che il Concilio non ha perso la sua fecondità. A me colpisce che negli aspetti che stanno connotando questo Pontificato ce ne sono alcuni che nel Concilio sono in una manciata di giorni, del 1962. L’11 settembre, quando papa Giovanni dice che “la Chiesa vuole essere Chiesa di tutti, ma soprattutto la Chiesa dei poveri”, e l’11 ottobre nel Discorso di apertura quando dice che anziché “le armi della severità, la Chiesa vuole usare la medicina della misericordia”. Il Concilio si dice che è una pietra miliare: non è importante perché uno sta fermo su quella pietra, ma perché segna un cammino e questo mi sembra l’abbia segnato e in parte lo stia facendo ancora.

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