È il momento di insistere non solo nelle misure profilattiche individuali e sociali, ma anche e soprattutto nella cura spirituale di sé e di quanti ci sono affidati

di don Roberto COLOMBO

resilienza Cropped

«Si en medio de las adversidades persevera el corazón con serenidad, con gozo y con paz, esto es amor» (“Se in mezzo alle avversità il cuore persevera con serenità, gioia e pace, questo è l’amore”). Con la forza espressiva del paradigma lessicale e della fonetica dell’idioma castigliano, in questa frase attribuita a Santa Teresa di Gesù risuona una delle disposizioni dell’animo umano più visitate dalla monaca di Avila, che a essa dedica il primo capitolo delle “Seconde mansioni” del Castello interiore: la perseveranza. È proprio nelle circostanze più ardue della vita personale, familiare, comunitaria e sociale che la perseveranza mostra l’energia della tensione al bene che non si spegne – anzi, si accende ancor più – quando un male attenta alla nostra vita e a quella di tutti.

I due attacchi del virus

Accusato il colpo, occorre (re)agire con prontezza, perché il tempo non ci è amico se lo sciupiamo nell’inerzia fisica e spirituale. Non si tratta solo di continuare a fare quello che la vita ci chiede ogni giorno, ma di farlo bene, con passione, gusto, intelligenza e creatività. Di farlo con amore. L’accidia, uno sei sette vizi capitali (quelli ci fanno perdere la testa, il “capo”), è al medesimo tempo effetto e amplificatore della paura che aliena la nostra mente, come si esprime Jacopone da Todi: «L’accidia una freddura, / ce reca senza mesura, / posta ‘n estrema paura, / co la mente alienata» (Laudi, XIII secolo). Una descrizione che ben si attaglia al tempo del coronavirus. Se questo clinicamente colpisce l’apparato respiratorio arrivando a compromettere il livello di ossigenazione ematica e di eliminazione dell’anidride carbonica, non di meno rischia di raffreddare il nostro animo e svuotare la mente dai pensieri positivi per fare posto alla paura povera di speranza o all’incertezza che ha perso di vista la meta, la cui complicanza più grave è l’inazione o l’azione disordinata.

Il corpo e lo spirito

La perseveranza a cui siamo chiamati come cittadini, fedeli e ministri si declina su un duplice piano, quello della profilassi sanitaria e quello della cura della vita spirituale e pastorale. Non l’una senza l’altra, per coltivare e promuovere senza arrendevolezza l’anelito al bene integrale della persona, le ragioni del vivere bene e del ben sperare.

Siamo nel guado della pandemia Covid-19: il tratto da percorrere è segnato e non si torna indietro, all’altra riva. Le misure di contenimento della diffusione del contagio e di isolamento dei focolai epidemici passano attraverso il distanziamento fisico tra le persone, la riduzione delle attività sociali all’indispensabile, e l’adozione di dispositivi di protezione individuale e di livelli di assistenza sanitaria ospedaliera e territoriale straordinari, che non devono essere allentati. Almeno finché l’andamento logistico della curva epidemica – secondo l’equazione differenziale sviluppata dal matematico e statistico belga Pierre François Verhulst nella prima metà dell’Ottocento – non diventerà favorevole a una stabilizzazione e successiva remissione del contagio. Un andamento che è legato alla probabilità di trasmissione per contatto tra una persona infetta e una suscettibile, all’isolamento o al numero dei contatti di ogni persona infetta, alla durata dell’infettività e all’efficienza in una data popolazione delle strategie per ridurre la viremia.

Proteggere noi e gli altri

Desistere dalla fatica di remare tra le onde del mare in burrasca che oggi ci è chiesta, illudendoci di uscire dalla tempesta senza tenere la barra a dritta mentre siamo costretti a cambiare continuamente rotta verso il porto, conduce ad arenarsi sugli scogli. È il tempo di non distogliere l’occhio dal sestante della vita quotidiana, vita fatta di gesti concreti che proteggono e promuovono la nostra salute e quella degli altri. Serve rinunciare alla tentazione di lasciarci trascinare dalle correnti dello scetticismo ed affidarci invece – negli squarci di sereno che la notte ci riserva – alla navigazione astronomica, quella che non ci fa perdere di vista il riferimento sicuro, il cielo.

Non sempre le frasi comuni sono espressione di saggezza popolare. Chi ripete stereotipicamente che “la salute è tutto”, mostra una lettura riduttiva di cosa è la salute e cosa è il tutto della vita. Nella sua accezione latina, salute (salus) è “assenza di malattia”, ma anche “salvezza”. Non salviamo la nostra vita solo evitando di ammalarci, ma vivendola pienamente, secondo la ricchezza e la profondità di quell’«alito di vita» (nišmaṯ ḥayyîm) che Dio ha soffiato nell’orifizio esterno delle nostre vie aeree superiori («narici», bə’appāw), secondo il racconto jahvista della creazione dell’uomo e della donna (Gn 2, 4b‒25). Il virus SARS-Cov-2 colpisce elettivamente l’apparato respiratorio, attaccandosi con i suoi peplomeri proteici alle mucose di naso, gola, bronchi e polmoni, e infiammandole. La respirazione può così divenire difficoltosa, con affanno e sofferenza. È la dispnea, il sintomo descritto dai pazienti come “fame d’aria”, “senso di peso sul torace” e “fatica a respirare profondamente”.

Manca il respiro

L’infezione individuale e l’epidemia globale che il coronavirus provoca hanno anche un riverbero sul “respiro” della persona, della famiglia e della comunità, una vita che è più profonda di quella del nostro organismo (pur includendola), perché si radica nella forma sostanziale del nostro corpo che è l’anima. Il sintomo di questo malessere antropologico è la “dispnea spirituale”. Inizia a mancarci l’aria, ci prende un senso di soffocamento dentro alle quattro solite cose che affollano le nostre giornate vuote (questo ossimoro è esperienza di ognuno): anguste mura domestiche o parrocchiali, occupazioni quotidiane tediose, lavoretti di ripiego, risposte telefoniche svogliate, preghiera raffazzonata, pagine del breviario sfogliate distrattamente, sacramenti celebrati frettolosamente. I fastidi non mancano e neppure le cose da fare, ma ci (sor)prende un senso di inutilità delle cose. L’aria depressa ci fa vivere momenti di mestizia. Lo stupore e la letizia della vita che ci è donata non ci accompagnano più quando ci alziamo al mattino e ci corichiamo alla sera. È il tempo delle “passioni tristi”, come le chiama Spinoza (cf. Ethica ordine geometrico demonstrata, III, Affectuum definitiones: 27), accese dall’impotenza, dal fatalismo e dalla disgregazione del soggetto che spezzano i legami con noi stessi e con gli altri e ne costruiscono di fittizi con le reificazioni della paura, della debolezza e della solitudine.

Per questo, non meno importante della tenuta sulle misure profilattiche individuali e sociali legate alla situazione epidemica virale è la perseveranza (secondo l’etimo latino, per-severus: essere gravi, seri fino in fondo) nella vita spirituale propria e nella cura di quella di coloro che ci sono affidati come figli, fratelli, genitori anziani, presbiteri, membri di una comunità religiosa o parrocchiani. Il “cor-reggersi” (sostenersi l’un l’altro) nella prova purifica la fede quotidiana e ci sostiene insieme nella prova del tempo presente.

Resilienza spirituale e pastorale

La circostanza che viviamo ci chiede di fare bene il bene che possiamo fare, senza stancarci né lasciarci stancare. Nell’impedire l’allentamento di questa tensione al bene possibile in ogni contingenza della storia, all’inizio «il dolore agisce come uno stimolante» (F. W. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, VI, 3, Milano 1970, p. 160). Successivamente, «la tribolazione produce pazienza» (Rm 5, 3). Se, di fronte a una situazione nuova e imprevista che ci trova impreparati, la risposta nasce quasi istintiva come tentativo di conservare ciò che è possibile di una routine familiare, lavorativa, di studio o pastorale, il trascorrere delle settimane affievolisce l’entusiasmo reattivo e la resistenza nostalgica, generatori di soluzioni creative quanto estemporanee, autoreferenziali non meno che precarie.

Viene il momento in cui la resilienza spirituale e pastorale deve far leva sulla perseveranza nell’essenziale per nutrire e rallegrare con «serenità, gioia e pace» (S. Teresa d’Avila, cit.) sia l’humanum che il christianum. La seconda fase di questa prova dell’uno e dell’altro, che continua, domanda discernimento dell’indispensabile, sobrietà negli strumenti per sostenerlo, umiltà nel riconoscere le mancanze o le imprudenze commesse, e condivisione delle decisioni che siamo chiamati a prendere ed attuare. Riposizionarci attorno al realismo e alla ragione – mettendo bene a fuoco la lente del sentimento – ci aiuterà a superare l’entusiasmo reattivo quanto fragile. Il primato della fede nel Dio della storia (civile ed ecclesiale) ci porterà a vincere la nostalgia di un tempo che non è più come lo vorremmo, ma ci è donato come il Signore lo vuole per noi, non contro di noi (cf. Rm 8, 31).

Nello scritto a Prospero e Ilario sulla perseveranza, Sant’Agostino prende spunto – per illustrare ai suoi due discepoli in cosa essa consista propriamente per un cristiano – dalle sei invocazioni del Padre nostro e ricorda loro che «questo dono di Dio si può meritare con la preghiera» (De dono perseverantiae, 10). Tra le intenzioni di preghiera del tempo di Quaresima di quest’anno liturgico, segnato dal dramma della pandemia, non dimentichiamo di implorare questo dono prezioso per la salvezza nostra e di tutti. «Con la vostra perseveranza salverete le vostre vite» (Lc 21, 19).

 

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