Di fronte al dolore per un fratello e un amico che muore per malattia, come è il caso di Lazzaro, il Vangelo di Giovanni, illustra tre modi di chiedere aiuto a Dio. Possiamo sentire, in essi, i gemiti di tanta parte dell’umanità scossa dalla pandemia, e anche trovare un orientamento sicuro per le nostre preghiere, che potrebbero oggi conoscere la fatica dell’aridità.

di don Luca CASTIGLIONI
Docente presso il Seminario di Milano

convegno-bioetica
«La risurrezione di Lazzaro» (Basilica di San Francesco, Assisi)

Di fronte al dolore per un fratello e un amico che muore per malattia, come è il caso di Lazzaro, il Vangelo di Giovanni, in questa V domenica di Quaresima, illustra tre modi di chiedere aiuto a Dio. Possiamo sentire, in essi, i gemiti di tanta parte dell’umanità scossa dalla pandemia, ed anche trovare un orientamento sicuro per le nostre preghiere, che potrebbero oggi conoscere la fatica dell’aridità.

Maria, chiusa in casa nel suo dolore, appena sente che Gesù è presente a Betania e la sta chiamando, gli corre incontro e si getta ai suoi piedi. Un gesto che dice fiducia vera e completo abbandono. Maria è amica di Gesù, lo ama molto ed è ricambiata; ha avuto un’intuizione folgorante circa il valore del Maestro, e l’ha espressa nel folle gesto di ungerlo con la sovrabbondanza di un profumo preziosissimo. Però, una volta giunta davanti a Gesù con il peso della morte nel cuore, non gli chiede nulla. La grande fiducia che ripone in lui è come strangolata dal rammarico: Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto! La desolazione di fronte alla morte serra le labbra dell’amica, la blocca.

Forse Maria assomiglia a quanti oggi non riescono a pregare, non riescono a formulare alcuna richiesta da rivolgere al Signore. Assomiglia a quanti, pur volendo stare vicino a Dio, vi restano con una certa tristezza ripiegata, come cani bastonati, per cercare conforto, ricevere un abbraccio, una carezza (cose perfettamente legittime), senza che questo li faccia riemergere dal loro tormento. Giovanni sottolinea che proprio questo atteggiamento di Maria (e di quelli che l’accompagnavano) scatena in Gesù una commozione peculiare. Gli fa piangere lacrime di turbamento e più ancora di collera, perché coglie che anche l’amore più solido e intenso, quello degli intimi amici fidati, in faccia alla morte rischia di lacerarsi, è spaventosamente esposto alla tentazione della separazione, è come paralizzato dalla disperazione di fronte alla forza tetanizzante dell’inesorabile fine.

Ancor prima di Maria, sua sorella Marta aveva espresso a Gesù, riconosciuto come Signore, tutto il suo rammarico. La frase è identica: Signore, se tu fossi stato qui…In questo suo dire, unito alla scelta di andare incontro al Maestro (Maria invece stava in casa, ha dovuto essere chiamata), Marta esprime uno slancio più forte del dolore, che culmina in un’audacissima espressione di fiducia: Ma anche ora so che qualsiasi cosa chiederai a Dio, egli te la concederà. Gesù accoglie queste parole poderose di speranza facendole progredire verso una professione di fede “cristologica”, quella che riconosce proprio lui come la resurrezione e la vita. Nel suo dolore, dunque, Marta tocca un vertice della fede. Si può addirittura immaginare che Gesù stesso ne riceva conforto: qualcuno ha davvero riconosciuto che lui è la vita, più forte della morte. Neppure Marta, tuttavia, sa troppo bene che cosa spera, che cosa si aspetta in quel penoso frangente, tant’è che alla tomba, quando Gesù chiede di togliere la pietra, l’amica manifesta esitazione: Signore, già manda cattivo odore: è lì da quattro giorni.

Forse Marta assomiglia a quanti hanno congedato in queste settimane i loro morti, consegnandoli e davvero credendoli nella pace di Dio, ma con il cuore attanagliato dallo strazio di non aver potuto tener la mano dei loro cari nell’agonia, di non aver potuto far loro corona nel saluto funebre. Forse assomiglia a quanti oggi scelgono risolutamente di stabilire la loro fiducia in Gesù Cristo come colui che salva la vita, che le dà senso anche nelle situazioni disastrose, nel nero della morte, ma stanno soffrendo troppo e si sentono persi, confusi. Marta assomiglia a quanti, pur credendo sinceramente, conoscono il turbamento, lo smarrimento, l’esitazione figlia della tristezza.
Gesù pare abbracciare questi ragguardevoli cammini di fede delle sue amiche di Betania, così intensamente amate (come anche Lazzaro) che nemmeno il sobrio Giovanni lesina lo spazio per palesare questo loro affetto, terreno di una delle più alte rivelazioni cristologiche del suo Vangelo. Delle preghiere di Maria e Marta, Gesù indica il compimento, poiché le fa come sfociare nella sua propria preghiera di Figlio. L’evangelista riporta tale preghiera, inserendola in una sorprendente sequenza. Ci aspetteremmo, in effetti, che Gesù dapprima rivolga la sua richiesta al Padre, poi gridi Lazzaro, vieni fuori! e infine che questi, redivivo, esca dal sepolcro. Invece, prima ancora del segno miracoloso, già si staglia l’intenso ringraziamento di Gesù, che sente la sua preghiera esaudita. Infatti è mentre Lazzaro giace ancora nella tomba che Gesù alza gli occhi e dice: Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato. Solo in seguito griderà all’amico di uscire, e questi lo farà. Gesù ringrazia il Padre ancor prima che il segno strabiliante avvenga perché sa di ricevere tutto da lui, ogni cosa. Gesù sa che il Padre lo ha già da sempre esaudito: l’evento miracoloso dell’uscita di Lazzaro dal sepolcro non è che la conseguenza di una condizione stabile. Il Figlio sa che il Padre lo esaudisce costantemente, perché la vita stessa del Padre è donare tutto al Figlio, dargli la sua stessa pienezza di vita.

Questo è il fondamento della preghiera anche per noi credenti oggi, chiamati ad essere “figlie e figli nel Figlio”, le sorelle e i fratelli di Gesù, che egli fa accedere alla sua intimità con il Padre. Precisamente questa certezza alimenta e giustifica un’attitudine particolarmente preziosa nella stagione di prova che stiamo attraversando: l’insistenza. Non ci si lasci ingannare, la contraddizione fra insistenza e fiducia è solo apparente. Il cristiano infatti non insiste nel pregare perché gli tocca convincere un Dio spilorcio a dargli qualcosina in più, o perché pensa di dover dare istruzione a un Dio un po’ lontano dai problemi reali, così da ottenere quanto ha capito di avere bisogno. Noi non sappiamo di cosa abbiamo davvero bisogno, nemmeno quando saliamo sulla cattedra del dolore. Il famoso chiedete (assai istruttiva l’assenza di specificazione dell’oggetto) e vi sarà dato ha senso piuttosto quale luogo in cui apprendiamo a essere figli. L’insistenza, cioè la domanda rivolta a Dio instancabilmente, ci trasforma e ci purifica, affina e accresce la nostra percezione di Lui. Già il chiedere è esaudimento, perché ci rende umili, ci fa riconoscere che abbiamo bisogno di tutto, come i bambini piccoli. Il semplice (non facile) continuare a chiedere ci fa vivere da figli che tutto ricevono dal Padre, ci rende consapevoli di questa realtà beata che è il saperci oggetto della sua indefettibile premura. Di più: la preghiera di questi giorni – che potrà senz’altro essere povera, fiacca, ripetitiva, confusa, malagevole, ardua, etc. – è il luogo in cui, mentre apprendiamo la nostra figliolanza, riceviamo anche di quanto nutrire gli altri. In effetti, nella nostra preghiera che si mette nel solco di quella di Gesù, possiamo trovare la forza per vivere l’attuale subbuglio planetario contemplando il Padre già che sta tessendo nuova vita, già sta trasformando il male in bene, già sta facendo avanzare il Regno, già sta rinnovando il cuore di quanti si mettono, come figlie e figli, nelle sue mani.

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