Redazione

Parla Giorgio Petracchi, docente di storia delle relazioni internazionali all’Università di Udine: « La prima Settimana Sociale lanciò al mondo cattolico, e non solo, un triplice segnale: fu una chiara manifestazione del pensiero sociale cattolico, richiamò i cattolici all’impegno sociale e indicò nella questione sociale la strada per riconquistare al cattolicesimo le masse popolari».

di Francesco Rossi

Dopo cento anni, le Settimane Sociali tornano a Pistoia, laddove nel 1907 si tenne la prima edizione. Su quell’avvenimento e sull’impatto che ebbe sulla Chiesa e la società dell’epoca, abbiamo intervistato Giorgio Petracchi, docente di storia delle relazioni internazionali all’Università di Udine e relatore alla 45ª Settimana Sociale.

All’interno di quale contesto maturò l’idea delle Settimane Sociali?
La prima Settimana Sociale nacque in un momento particolarmente delicato della storia del movimento cattolico: i conflitti interni all’Opera dei Congressi avevano portato allo scioglimento della vecchia organizzazione dei cattolici intransigenti nel 1904; nel 1905 vi fu l’enciclica Il fermo proposito, che gettò le basi della moderna Azione cattolica; nel 1906 sorse l’Unione popolare, che si proponeva come centro collettore di valori, esperienze e dottrina, a cui i cattolici avrebbero fatto riferimento nell’azione pratica, in modo da superare incertezze ed esitazioni. Inoltre, alla fine del 1905, Romolo Murri aveva fondato a Bologna la Lega democratica nazionale, con spiccate istanze di democrazia sociale e finalità politiche, circostanze entrambe sconfessate dalla Santa Sede.

Da qui si arrivò alla prima Settimana Sociale, a Pistoia nel 1907…
Quella Settimana fu concepita con finalità più didattica che scientifica, più propositiva che innovativa. Prevedeva lezioni su argomenti vari, civili, economici e morali, e rappresentò un momento di sintesi teorica, di unificazione delle forze e di sprone all’azione. Il risultato auspicato fu ampiamente conseguito: i congressisti accorsero in modo superiore al previsto, risvegliando l’antagonismo delle forze anticlericali, che cercarono di bloccare i lavori anche con la violenza. Il 27 settembre indussero i negozianti a chiudere i loro esercizi, appendendo un cartello con scritto: Chiuso per sciopero anticlericale. La mancata reazione della città, che accondiscese a questa imposizione, dimostrò quanto fosse profondo l’isolamento dei cattolici. Ma, per converso, crebbe in questi il bisogno e la necessità di unirsi.

Quale impatto ebbe la prima Settimana Sociale sulla diocesi di Pistoia e, più in generale, sul Paese?
La prima Settimana Sociale lanciò al mondo cattolico, e non solo, un triplice segnale: fu una chiara manifestazione del pensiero sociale cattolico, richiamò i cattolici all’impegno sociale e indicò nella questione sociale la strada per riconquistare al cattolicesimo le masse popolari. L’impatto sulla diocesi fu forte e benefico: i cattolici pistoiesi fecero esperienza di un avvenimento che diede la misura della distanza che separava la realtà locale dalle esperienze più avanzate. Da qui la frenesia a colmare tante lacune. Il primo frutto si produsse sulla qualità della stampa cattolica locale, che fece tesoro dell’evento e, con una serie di iniziative editoriali, si proiettò sulla scena nazionale. In pochi anni, dal 1908 al 1913, il cattolicesimo pistoiese aumentò di spessore e d’intensità soprattutto nelle campagne: nacquero unioni sindacali cattoliche, mutue assicurazioni, associazioni creditizie, casse rurali e operaie, furono costituiti numerosi circoli giovanili. Visto in prospettiva storica, quel complesso movimento di esperienze e di idee servì ad integrare definitivamente le masse contadine nello Stato nazionale. Si trattò in sostanza di una scuola di democrazia, che sopravvisse al fascismo e permeò anche la cultura politica della prima Repubblica.

Dopo cent’anni le Settimane Sociali tornano in Toscana, a Pistoia e a Pisa. Quale è oggi l’impatto sul territorio?
Oggi sono condotte su un piano di ufficialità che fa loro assumere valenze e significati più generali che locali. E, tuttavia, il mondo circostante si pone, di fronte all’evento, in modo assai più distratto rispetto agli inizi del Novecento, quando cattolici e socialisti, che stavano formando le loro culture politiche, sebbene antagonisti erano capaci di mobilitare energie intellettuali e morali. Oggi i contorni della realtà si presentano così dilatati che è quasi impossibile per la mente sociale portarli ad unità.

Di quale eredità occorre far memoria?
Occorre che la celebrazione non si esaurisca in se stessa, ma recuperi lo spirito delle origini. L’impostazione della prima Settimana Sociale fu rivolta a collegare, non a separare i problemi economici e sindacali con il mondo dell’etica. Tuttavia, tutte le scuole economiche hanno successivamente rivendicato l’autonomia dell’economia dall’etica, spostando così l’attenzione dal produttore al prodotto, dal lavoratore alla produzione. Occorre recuperare lo spirito religioso delle origini, unica forza capace di opporsi all’ideologia tecnologica e al puro sfruttamento economico. Solo allora la memoria potrebbe trasformarsi in profezia.

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