Scappano dalla guerra e l’Italia è territorio di passaggio verso il Nord Europa. Caritas Ambrosiana si è fatta carico di 1800 persone (il 30% bambini), ospitate in varie strutture tra cui il centro di accoglienza di Lampugnano

di Francesca LOZITO

Casa Nazareth

Sono mogli, mariti, nonne, zie. E bambini, tanti bambini, messi in salvo dall’orrore della guerra. Alcuni non ce la fanno e si perdono per strada. Muoiono e non raggiungono nemmeno il nostro Paese. Per le persone che scappano dalla guerra in Siria, l’Italia è territorio di passaggio: due o tre giorni, e poi ripartono per i Paesi del nord, l’Inghilterra, la Scandinavia.

Dall’inizio di questo lungo esodo, la Caritas Ambrosiana ha preso in cura ben 1800 profughi. Gli ospiti, che per il 30% sono bambini, sono accolti in varie strutture: nei centri di accoglienza, prima in via Novara, poi in via Fratelli Zoia e infine in via Monluè. Ora se ne aggiunge uno dalle caratteristiche molto particolari, perché è pensato appositamente per le famiglie: si tratta di un’ala di «Casa Nazareth», storica struttura di Lampugnano in cui vivono e operano le Suore della Riparazione.

Un progetto pensato oggi per la popolazione siriana, ma che domani si aprirà alle persone in difficoltà che non riescono a trovare una casa. Sette anni di comodato d’uso alla cooperativa «Farsi prossimo», una ristrutturazione costata 250 mila euro, un mese di lavori. L’auspicio è che per fine mese si possa fare l’inaugurazione ufficiale. Ma ci sono già 68 ospiti (ben 33 dei quali sono bambini), e “a regime” saranno 99.

«I bambini hanno visto la guerra con i loro occhi – racconta Annamaria Lodi, presidente della cooperativa «Farsi prossimo» di Caritas Ambrosiana -. Sono molto provati dalla situazione da cui provengono. Tesi a volte, e con un livello di irrequietezza che non avevamo ancora riscontrato prima». Un esodo molto particolare, quello dalla Siria, proprio perché a scappare sono intere famiglie: da una guerra dimenticata da tutti, in primo luogo da una comunità internazionale che non decide di intervenire. E a subire la situazione sono prima di tutto i civili. Così la parola profughi, con la quale li classifichiamo, non ci fa comprendere chi siano realmente: «Sono persone normalissime, che fino a poco tempo fa avevano un lavoro, una casa, magari andavano anche in vacanza – dice ancora Annamaria -. Di colpo si sono trovati a perdere tutto. E a non avere neanche un futuro».

È un esodo molto diverso rispetto agli ultimi a cui abbiamo assistito, come quelli che sono scappati dalla guerra in Africa: «Lì non partivano famiglie intere. Prima magari si muoveva il marito, poi la moglie. Si perdevano nel cammino. E poi accadeva che si ricongiungessero qui. Ora invece partono tutti insieme». Un movimento simile a quello della guerra in ex Jugoslavia? «Sì, molto simile», ammette Lodi.

Fare accoglienza e sostegno ai nuclei familiari è molto impegnativo. Per questo Caritas Ambrosiana ha attivato subito una équipe multidisciplinare che offre anche un servizio di accompagnamento sociale. «In questi giorni – prosegue la presidente di «Farsi prossimo» – abbiamo seguito una donna ormai prossima al parto e, nonostante questo, fermamente decisa a partire e a lasciare l’Italia. L’abbiamo convinta a restare e a partorire qui: così all’ospedale San Carlo è nata la prima bimba italo-siriana. Ma, soprattutto abbiamo evitato che questa donna morisse. I medici, infatti, ci hanno confermato che se fosse partita non sarebbe sopravvissuta». Complessità crescenti, dunque, nell’assistenza a queste persone: un compito molto impegnativo. «Quello che ci conforta – conclude Lodi – è come molte persone, e più di prima, scelgano di spendersi per accogliere; scelgano di andare, come dice il Papa, alle periferie esistenziali. E di farlo concretamente. Questa esperienza di Casa Nazareth sta nascendo anche da questo aspetto».

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