Nell’edificio messo a disposizione dal prevosto monsignor Cecchin un rifugio temporaneo per una trentina di senza tetto, che rappresenta anche il passaggio dalla logica dell’emergenza a quella dell’accoglienza

di Marcello VILLANI

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Dopo due anni di “sperimentazione”, si rinnova a Lecco l’esperienza del “Ricovero notturno Caritas”, . Un rifugio per senza tetto, temporaneo (si chiuderà il 15 marzo) contro i rigori dell’inverno e per dare dignità agli ultimi. Si trova in via San Nicolò 7, a due passi dalla Basilica. Non solo un rifugio, però, ma anche, e soprattutto, un modo nuovo di fare accoglienza, a Lecco. Non più i container che negli scorsi due anni hanno ospitato una ventina di senza tetto raccolti per strada, ma una struttura abitativa, l’ex sede de Il Resegone, messa a disposizione di ventidue (fino a trenta) senza tetto che hanno accettato le regole e i colloqui chiesti loro da Caritas.

L’edificio messo a disposizione dal prevosto monsignor Franco Cecchin, infatti, ha, all’ingresso una serie di regole alle quali gli ospiti devono attenersi e una stanza di accoglienza in cui viene loro spiegato come poter accedere al posto letto. Non regole da caserma fatte per evitare litigi e prepotenze, ma disposizioni prese allo scopo di avviare una convivenza e un dialogo con le istituzioni che promuovono il rifugio, ovvero la Caritasin primis, il Comune (che finanzia con 5 mila euro), la cooperativa “L’Arcobaleno” e la parrocchia di San Nicolò (che offre l’abitazione). Partner sono anche il Lions Host di Lecco e Banca Intesa (con 5.000 euro). Trenta i volontari dispiegati su più turni. Due i custodi fissi sempre presenti, dei quali uno, il tunisino Nabir, con valenza anche di mediatore culturale. Si entra dalle 20 alle 22 e si esce entro le 8 di mattina.

«Vogliamo passare dalla logica dell’emergenza – spiega il direttore della Caritas zonale don Ettore Dubini – a quella dell’accoglienza. Promuovere, cioè, servizi personalizzati per ogni ospite cercando di instaurare con lui un percorso di uscita dal problema, laddove possibile. Chi entra viene sottoposto a un colloquio e indirizzato a un possibile reintegro nella società». Chiunque busserà nelle fredde notti d’inverno fino al 15 marzo sarà accolto. Ma per le notti seguenti dovrà aderire alle regole e fare un colloquio. Altrimenti per lui non ci sarà più posto.

Il serbatoio a cui il rifugio attinge è la mensa dei poveri della Caritas, sempre in via San Nicolò. Alcuni ospiti della mensa sono già stati in questo ricovero prima dell’apertura ufficiale proprio perché già valutati idonei al rispetto delle regole e a un percorso personalizzato. Non un’accoglienza indiscriminata, ma che sottende, insomma, un progetto: «Abbiamo già esperienze di questo tipo a Sesto, Gallarate, Varese, Milano – precisa Luciano Gualzetti vicedirettore di Caritas Ambrosiana -. Il segreto è guardare avanti. Si tratta di ospitare tossicodipendenti, alcolisti, emarginati. Per loro ci vogliono percorsi che tendano all’autonomia. Poi c’è chi ha perso il lavoro, è separato, ha difficoltà. E per loro ci vogliono altri tipi di percorsi. Ci vuole solo, da parte di tutti, la disponibilità ad ascoltare e venirsi incontro».

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