Uscirà in gennaio la terza enciclica del Papa sulle virtù teologali

di Fabio ZAVATTARO

Benedetto XVI

Un’enciclica per l’Anno della fede. Sarà proprio la fede il tema del quarto documento di Benedetto XVI, che completa così il trittico delle virtù teologali iniziato nel 2006 con la Deus caritas est e proseguito nel 2007 con la Spe salvi. Uscirà in gennaio, il Papa vi ha lavorato la scorsa estate, come ha rivelato, un po’ a sorpresa, il cardinale Tarcisio Bertone i primi di agosto, dicendo che la principale occupazione del Papa a Castel Gandolfo è stata proprio la stesura del testo della nuova enciclica. Sul nome, ovviamente, non ci sono indiscrezioni, ma non è difficile ipotizzarlo all’interno delle celebrazioni volute dal Papa per i 50 anni dell’apertura del Vaticano II. Con un precedente importante: Giovanni Paolo I, negli incontri del mercoledì, avrebbe voluto trattare proprio i temi delle virtù teologali, ma la sua prematura morte gli permise di affrontare solo la fede e non la speranza e la carità.

Nel commentare il Concilio e la sua attuazione, in un’intervista rilasciata alla fine degli anni Ottanta il cardinale Franz Koenig – arcivescovo di Vienna, morto nella capitale austriaca nel 2004 – diceva che si doveva essere attenti alla situazione reale, ma senza troppi timori: «Dobbiamo guardare il mondo alla luce della nostra fede, con la forza che ci sa dare la preghiera. Questo il segno che deve caratterizzare noi cristiani: avere coraggio e non paura; avere speranza e rendere visibile la fede nella carità». Koenig è stato un protagonista dell’Ostpolitik vaticana, cioè dell’attenzione verso le Chiese al di là della “Cortina di ferro” e del dialogo con i regimi comunisti; ma è stato altresì un grande protagonista del Concilio, portando il suo contributo sui documenti riguardanti la Parola di Dio, Dei verbum, la libertà religiosa e il dialogo con l’ebraismo e soprattutto con i suoi interventi sulla Gaudium et Spes. Non meno importanti le sue riflessioni sull’ateismo, lui che è stato arcivescovo di una città crocevia tra Est e Ovest.

Terminato il Concilio, c’è chi si era posto la domanda (con evidente intento critico): qual è la dottrina del Vaticano II sulla fede? Papa Paolo VI non volle lasciare senza risposta questo interrogativo e, nell’udienza di mercoledì 8 marzo 1967, disse: «Se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla a ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine».

Non di omissione si tratta, dunque, per Paolo VI; e lo dice ricordando «le affermazioni conciliari sulla necessità congiunta della Chiesa insegnante e della fede, sul senso della fede, sotto la guida del sacro magistero, anima tutto il Popolo di Dio» (Lumen Gentium). Ancora, sulla «purezza della fede» in funzione del dialogo ecumenico; sull’opera dei vescovi nell’insegnamento delle verità della fede, sull’incontro della fede e della ragione nella Gravissimum Educationis. Per non parlare poi della Gaudium et Spes, che nel numero 57 affronta proprio il tema fede e cultura: «I cristiani, in cammino verso la città celeste, devono ricercare e gustare le cose di lassù questo tuttavia non diminuisce, anzi aumenta l’importanza del loro dovere di collaborare con tutti gli uomini per la costruzione di un mondo più umano. E in verità il mistero della fede cristiana offre loro eccellenti stimoli e aiuti per assolvere con maggiore impegno questo compito e specialmente per scoprire il pieno significato di quest’attività, mediante la quale la cultura umana acquista un posto importante nella vocazione integrale dell’uomo».

Benedetto XVI nell’omelia pronunciata il 24 aprile 2005 in occasione dell’inizio del suo pontificato, parlava della fede come della «santa inquietudine di Cristo» che deve animare il pastore in un tempo in cui tante persone si trovano a vivere nel deserto: «Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi. Perciò i tesori della terra non sono più al servizio dell’edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione. La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza».

Così nel libro Luce del mondo, rispondendo a una domanda del giornalista Peter Seewald, Benedetto XVI afferma: «L’uomo non cerca più il mistero, il divino, ma si crede certo che un giorno la scienza ci spiegherà tutto quello che ancora non capiamo. È solo una questione di tempo, si pensa, poi avremo il potere su ogni cosa. In tal modo la scientificità è divenuta la categoria più alta dell’assoluto». E più avanti sottolinea che «viviamo in un’epoca nella quale è necessaria una nuova evangelizzazione; un’epoca nella quale l’unico Vangelo deve essere annunciato nella sua razionalità grande e perenne, e insieme in quella sua potenza che supera quella razionalità».

Già in questa risposta possiamo trovare la radice dell’Anno della fede aperto dal Papa l’11 ottobre scorso, non solo per far memoria dei 50 anni del Concilio, ma per renderlo ancora attuale e per accompagnare l’uomo «fuori dal deserto, verso il luogo della vita».

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