Nel cine-teatro del Collegio San Carlo la meditazione del professor Silvano Petrosino nella prima delle tre catechesi rivolte ai giovani ambrosiani: in allegato il video della serata. Prossimi appuntamenti il 29 gennaio e il 12 febbraio

«Non si decide di venire alla vita, ma non si può vivere da uomini senza deciderlo. È la figura della “doppia nascita”: si nasce una prima volta alla vita, ma bisogna rinascere una seconda volta all’umanità. Non si nasce uomini, ma lo si diventa e per diventarlo bisogna volerlo impegnandosi (lavorando) al riguardo». Silvano Petrosino, docente di Filosofia della comunicazione all’Università cattolica, ha tenuto ieri sera nel cine-teatro del Collegio San Carlo di Milano la meditazione nel primo appuntamento del ciclo di catechesi organizzato dal Servizio giovani della Diocesi sul tema «Le Beatitudini come via verso la felicità. La ricerca della gioia nei vari ambiti di vita».

Nel box a fianco il video della meditazione di Petrosino.

Il filo rosso della serata è stato «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane (Gen 3,19). Lo studio e il lavoro tra fatiche e gioie». «In senso originario il “lavoro” ha a che fare col “diventare uomo”. La vocazione è una sola: diventare uomo. Tale vocazione implica un lavoro. Da questo punto di vista il lavoro non è affatto un castigo, anzi esso è l’estrema opportunità offerta all’uomo. Prima ancora del peccato, nel giardino dell’Eden, l’uomo è chiamato al lavoro. Dio pone l’uomo nel Giardino affiche “lo coltivi e lo custodisca” (Gn, 2, 15). L’uomo è chiamato a contribuire, attraverso il suo lavoro, alla creazione stessa».

Un ruolo, quello della persona, che non è irrilevante. Anzi. Petrosino ha sottolineato che «la creazione è infatti perfetta, ma non compiuta: essa attende la risposta, dunque il lavoro, dell’uomo, di ogni singolo uomo. Se la creazione fosse compiuta non sarebbe perfetta perché l’iniziativa e l’inventiva dell’uomo non sarebbero necessarie: avrebbe già fatto tutto Dio. Ma Dio non toglie mai la scena all’uomo, Dio chiama l’uomo a collaborare alla creazione: grazie a Dio, l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio stesso, e chiamato a portare a compimento la creazione».

Dunque quale significato assume il lavoro per l’uomo? «Nel suo significato più profondo ed essenziale – ha sottolineato Petrosino – il termine “lavoro” deve essere inteso in relazione a questo “portare a compimento”. L’esistenza e la vita recano in sé una promessa di compimento, ma quest’ultimo non si raggiunge automaticamente: tale compimento non è l’esito inevitabile di un processo naturale, ma il frutto di un lavoro umano che ha origine nella fede in una promessa. Il “lavoro” è l’espressione per eccellenza dell’“abitare” umano. L’uomo esiste in quanto uomo perché abita e l’“abitare” è “coltivare-e-custodire”. Il lavoro dell’uomo rischia costantemente di pervertirsi, e ciò avviene quando egli separa il “coltivare” dal “custodire”».

Eppure, nella società contraddittoria di oggi, tra la ricerca sfrenata del successo e la precarietà e disoccupazione, non bisogna perdere la bussola. Secondo Petrosino, «non bisogna commettere il grave errore di confondere il “lavoro” con la “professione” (anche l’uomo che non ha una professione, che non ha un lavoro in senso stretto, è chiamato a “lavorare” al compimento della creazione: anche il disoccupato o il licenziato deve rispondere alla vocazione di diventare uomo lavorando al compimento di se stesso e della creazione tutta). Analogamente non bisogna commettere il grave errore di confondere il “compimento” col “successo”».

E su questo passaggio l’invito del professore ai giovani è di andare controcorrente con la «critica dell’ideologia dell’“eccellenza”. Siamo chiamati a diventare migliori, ma non a diventare “i” migliori. L’autentica eccellenza ha a che fare col diventare uomo, non col diventare eccellenti e col successo».

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