Il cardinale Scola ha incontrato in Arcivescovado, i giovani della FUCI diocesana e del Meic, accompagnati dai loro responsabili e assistenti. A tutti ha raccomandato di farsi portatori della cultura dell’incontro a ogni livello

di Annamaria BRACCINI

Fuci_Meic

«Questo è il tempo in cui dobbiamo testimoniare e raccontarci come cristiani capaci di andare incontro alla realtà con chiarezza umile, decisa, evangelica».
Il cardinale Scola in Arcivescovado incontra i giovani e gli assistenti della FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana e del Meic, il Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale. Due realtà diffuse a livello diocesano: la prima presente in tutti gli Atenei di Milano come pure di altre città, la seconda con le sue tre delegazioni del capoluogo lombardo, di Lecco e Varese. In tutto qualche centinaio di studenti e laureati.
Per tutti, iniziando l’incontro-dialogo, prendono al parola Gianluca Brigatti che, con Martina Spadaro pure presente, è presidente della FUCI Ambrosiana e Stefano Biancu, presidente del Meic di Milano. Dice Brigatti: «non ci rassegniamo a un’Università vissuta solo in termini utilitaristici, a una conoscenza che si chiude in se stessa. Ci interroghiamo sulle sfide della vita contemporanea e vogliamo essere promotori di un dibattito allargato, critico e propositivo». Aggiunge Biancu, che definisce l’appuntamento con l’Arcivescovo un dono per nulla scontato e un onore grande: «ci sentiamo chiamati, pur come realtà ristretta quantitativamente – sono circa cento gli aderenti –, a proporre la creatività nella Chiesa attraverso la cultura. Siamo consapevoli del rischio di essere elitari, ma intendiamo, invece, essere “popolo”. Non buoni solisti, ma cantori della sinfonia della Chiesa».
Il Cardinale risponde, delineando il quadro storico di riferimento soprattutto della FUCI, di cui lui stesso fu presidente diocesano dal 1965 al ’67. «Penso al grande patrimonio di idee che, anche nelle nostre terre, hanno rappresentato queste Associazioni attraverso un “tono” del cristianesimo che, anche allora, domandava ragioni, cultura, formazione di cristiani pensanti».
Poi venne il fatidico Sessantotto e nulla fu come prima, pare suggerire ancora l’Arcivescovo che osserva, «seppure il fenomeno associativo fosse, in quegli anni, di massa, la partecipazione convenzionale non fu in grado di far fonte a un fenomeno di coagulo e rottura come appunto il ’68. Capivamo che qualcosa si stava muovendo, stava cambiando, ma non intuimmo minimamente ciò che stava maturando». Basti pensare – e l’Arcivescovo lo cita – al Convegno svoltosi nel marzo del 1967 al Museo della Scienza e della Tecnica e intitolato “Dove sta andando l’Università?”. Nascevano, poi, proprio in quegli stessi anni, nuove forme aggregative, come i Focolari o CL, emerso peraltro dal ceppo dell’Azione Cattolica.
Insomma, un orizzonte complesso il cui approfondimento avrebbe ancora tanto da dire nell’oggi. E, infatti, quando il Cardinale passa a riflettere sui nostri giorni, sottolinea, rivolto ai giovani che ha davanti: «Vedo in voi uno sforzo notevole e positivo di riformulare in termini adeguati al presente la FUCI e Meic. Le grandi sfide di quest’inizio del Terzo millennio, che segna un passaggio di discontinuità epocale rispetto al passato, obbligano a mantenere, in unità e continuità, i valori di cui siete eredi, ponendovi come ersone capaci di incarnarli nell’oggi».
Da qui, l’auspicio, o meglio “ciò che mi attendo come vostro Vescovo”: «Continuate bene su questa strada, “mettendoci la faccia”, in un atteggiamento dialogico, capace di essere in ricerca – come scriveva Bonhoeffer “Andare insieme verso lì’inafferrabile realtà” – ma con un punto chiaro di partenza e di arrivo. Andate avanti con chiarezza, con la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio, l’annuncio del Vangelo di Gesù che è vangelo dell’umano. Mettete in gioco i vostri saperi inserendoli in un tale atteggiamento, date alla cultur, che costruisce l’unità di questi stessi saperi, il suo vero posto».
Un compito, questo, che Scola chiama «affascinante», ma soprattutto «fondamentale, perché giustifica la presenza dei credenti in questo contesto».
«L’impatto del cristianesimo con la realtà universitaria produce una visione del mondo che merita di essere approfondita proprio perché fertilizza i diversi campi del sapere e offre unità».
In questo senso si “disegna” il profilo del «soggetto FUCI e di quello Meic», come persone che partecipano di questa esperienza con chiarezza umile, decisa, evangelica, incontrando la realtà e trovando nella cultura spazi di dialogo e di servizio non certo elitari».
Infine, le domande dei giovani, sul lavoro, lo scambio intergenerazionale, su come essere testimoni in tanti luoghi dell’Università, nello confronto con tradizioni e religioni diverse. «Non ho ricette già fatte o opuscoli di istruzioni per l’uso da proporvi», scherza il Cardinale, ma vi invito a coltivare la «cultura dell’incontro, dell’ascoltare, dell’interloquire, non riducendo la vostra vita associativa a un calendario di eventi».
Così come il Signore e il Vangelo sono offerti a tutti, dobbiamo esserlo anche noi, offrendo la nostra risposta libera, come «portatori di quella testimonianza – parola fin tropo usata e usurata – non riducibile al buon esempio e che invece, si caratterizza come conoscenza della realtà e, quindi, comunicazione della verità», aggiunge l’Arcivescovo.
E dopo un breve, ma intenso, ricordo di Giuseppe Lazzati sollecitato da una domanda – «l’ho conosciuto come professore in “Cattolica” e negli anni in cui ero presidente della FUCI e lui dell’Azione Cattolica Ambrosiana – un ultimo suggerimento: «Farsi prossimo agli altri, per vincere la sfida antropologica in atto», perché «la strada sono la testimonianza e il racconto in un principio di comunione cristiana che è pluriformità nell’unità». Solo «dalla cultura dell’incontro nasce l’intelligenza della realtà».

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