La solitudine davanti alla morte ci rende vulnerabili, ma proprio per questo rappresenta un tempo di grazia che prepara la resurrezione

di Laura Zanfrini
Sociologa delle Migrazioni e della convivenza interetnica Università Cattolica del Sacro Cuore

solitudine

Più ancora del timore del contagio e del senso di incertezza per il futuro, è la paura di morire “da soli” a costituire la cifra indelebile di questa emergenza, la sua narrazione più dolorosa, l’esperienza che ci obbliga a prendere atto di quanto non abbiamo mai osato pensare; ma anche, paradossalmente, l’annuncio della Pasqua di resurrezione.

Anche Gesù si è trovato solo nell’orto dei Getsemani. I suoi amici erano fuggiti o non avevano retto alla tentazione del sonno. Erano lì accanto a Lui fino a poco prima, a ribadirgli che non lo avrebbero mai abbandonato; e ci sarebbero stati anche dopo, tanto da morire per Lui. Ma in quel momento non c’erano; nel momento in cui più ne aveva bisogno non erano lì, oppure c’erano, ma dormivano.

La solitudine è il tempo che più di ogni altro dice della nostra vulnerabilità, e proprio per questo è il tempo di grazia che prepara la resurrezione.

Lo dice a quanti in questi giorni, forzosamente separati dai loro cari, apprezzano il privilegio di non essere soli, e aspettano trepidanti il momento di poterli reincontrare. Forse sperimentando per la prima volta l’empatia verso i migranti venuti da lontano che vedono i loro figli solo attraverso una telecamera, o verso i detenuti che vivono col senso di colpa per aver privato i figli della loro presenza quotidiana.

Lo dice a coloro che sono sempre soli, che nei giorni di festa lo sono ancora di più.

Lo dice a quanti sono sopravvissuti al loro amato o alla loro amata, che mille volte hanno pensato in questi giorni come la loro prigionia sarebbe stata sicuramente meno pesante, o forse addirittura dolce, se fosse stata condivisa.

A quanti si chiedono, nel silenzio di uno spazio domestico mai vissuto con così tanta intensità, quale sbaglio hanno fatto per ritrovarsi soli. Immaginano il giorno in cui dovranno lasciare questa terra e vedono nei malati che muoiono in solitudine il loro stesso destino, perché mai come in questi giorni avevano realizzato che un giorno moriranno da soli, dopo avere per tutta una vita sperato di non esserlo.

Lo dice anche a quanti si ostinano a dire di star bene da soli, senza trovare il coraggio di farsi attraversare dalla tristezza e venire a patti con la paura, genuinamente umana, di essere soli.

E lo dice a quanti si sono autoreclusi nel loro spazio privato, sopraffatti dal senso di fallimento, dalla depressione, dalla vergogna di essere disoccupati, e oggi avvertono nella narrazione del mondo del lavoro che si è dovuto fermare la sanzione definitiva per la loro sconfitta, la condanna alla solitudine di chi è straniero proprio lì dove è nato.

Anche Gesù ha sperimentato la solitudine nell’orto dei Getsemani; la solitudine che rende ancor più lacerante la paura e l’angoscia. E forse proprio per questo, nei suoi ultimi attimi di vita, oltre a consegnare i peccatori alla misericordia del Padre, ha affidato la madre al discepolo prediletto, e quest’ultimo alla propria madre. Affinché non restassero soli.  

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