A fine luglio i monaci Premostratensi lasceranno il posto alle Fondazioni Arché e Arca che ospiteranno mamme in difficoltà con figli, ma avvieranno anche un’impresa sociale aperta al pubblico

di Luisa BOVE

mirasole

Presto l’abbazia di Mirasole, alle porte di Milano, avrà nuovi inquilini. Entro fine luglio i monaci Premostratensi lasceranno quel luogo di pace e di preghiera per passare il testimone a due Fondazioni: Arché e Arca. Il loro progetto sociale e di impresa è piaciuto più di altri alla Fondazione Ca’ Granda del Policlinico, proprietaria fin dal 1797. Ora si attende la stipula e la firma di un contratto trentennale.

«È un’esperienza nuova anche per noi di Arché», spiega il presidente padre Giuseppe Bettoni. «È la prima volta che presentiamo un progetto come Rts (Raggruppamento temporaneo di scopo) con un’altra fondazione. Sarà questo il soggetto, di cui Arché è capofila, che si caratterizza sia per il servizio spirituale dell’Abbazia sia per l’accoglienza. Invece il Progetto Arca, più conosciuta per l’accoglienza agli immigrati, farà impresa sociale per la produzione di pasti e servizio lavanderia. Prevediamo una sinergia con le mamme che ospiteremo.

Ma chi accoglierete in particolare?
Donne con figli che sono in difficoltà, con disagio psichico o che hanno bisogno di accompagnamento psico-pedagogico. Non persone con solo un disagio abitativo. Faremo quindi un periodo di affiancamento sulla genitorialità, capacità di accudimento dei figli, per poi avviate alla fase futura. Saranno quindi mamme verso l’autonomia, sappiamo infatti che l’esperienza lavorativa è decisiva per la dignità della persona.

Avrete anche immigrati?
Non immigrati in senso stretto, perché le mamme che vengono da noi prescindono dalla nazionalità. Nell’attuale casa accoglienza abbiamo comunque sia italiane sia straniere, ma non è questo il discrimine, piuttosto le condizioni psicosociali.

E rispetto all’offerta lavorativa come vi organizzerete?
Ci sarà più di una cooperativa. L’intento di Arca sarà quello di costituire un’impresa sociale volta appunto alla produzione di pasti per il territorio. Nascerà quindi un luogo di lavoro anche per le mamme che vivranno lì. Oltre alla ristorazione ci sarà la lavanderia: quella dei monaci a uso interno diventerà un servizio al pubblico.

Prevedete lavori di ristrutturazione?
Non necessariamente. Più che altro sarà l’asilo che dovrà corrispondere alle nuove necessità, gli arredi nelle stanze (perché alcuni sono di proprietà dei monaci), gli spazi gioco per i bambini…  Oggi la struttura dispone di 10 camere con bagno, quindi immaginiamo di accogliere dieci nuclei di mamme con bambini. 

Un salto di qualità per le vostre due Fondazioni con nuovi spazi e attività sociali?
Assolutamente sì. Ma è interessante che l’Abbazia torni all’antico spirito per cui era nata con gli Umiliati: luogo di spiritualità, lavoro e accoglienza. Arché entrerà con alcune famiglie che seguono il nostro cammino da anni. Si tratterà quindi di attrezzare un’ala del monastero per ospitare questi nuclei familiari. Sarà un’esperienza originale dal punto di vista ecclesiale: luogo di spiritualità e condivisione tra laici e religiosi famiglie e poveri. Sarà una bella sfida. È quello che in termini sociologici si chiama welfare di comunità.

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