Redazione

«E’ preoccupante sentire il ministro degli Interni Amato parlare
di “eversione”: le curve stanno prendendo il posto delle fabbriche
e delle università di un tempo – rileva il giornalista dell’emittente
romana, seguita dagli appassionati di calcio della capitale,
ma conosciuta e ascoltata in tutta Italia -. I tifosi chiedono certezza
delle regole e sicurezza, ma negli ultimi mesi abbiamo assistito
alla proliferazione confusa di provvedimenti inefficaci»

di Mauro Colombo

Certezza e sicurezza: è quanto chiedono i tifosi intervenendo alle trasmissioni di Radio Radio, l’emittente romana più seguita dagli appassionati di calcio della capitale, ma conosciuta e ascoltata in tutta Italia, che domenica scorsa ha raccontato in diretta l’evolversi della “guerriglia” scatenata dagli ultras laziali e romanisti nei pressi dello Stadio Olimpico.

«In questi giorni dai nostri ascoltatori abbiamo raccolto considerazioni pacate e molto mature – rileva Alessio Di Francesco, responsabile della redazione sportiva di Radio Radio -. Non ci sono stati sfoghi giustizialisti, ma richieste di interventi concreti e in grado di riportare tranquillità e sicurezza dentro e attorno gli stadi. Si invoca soprattutto la certezza delle regole: negli ultimi mesi abbiamo assistito alla proliferazione confusa di provvedimenti, nessuno dei quali realmente efficaci. Quanto è accaduto domenica smentisce in maniera evidente le recenti dichiarazioni del capo della Polizia Manganelli, che avevano fatto pensare a un problema-violenza in via di soluzione. Non è così».

È ancora viva la considerazione che circolava domenica tra i tifosi, secondo cui per la morte di Raciti il calcio si è fermato e per quella di Sandri no?
Il collegamento tra il calcio e il fatto di Arezzo è per me molto labile. Ma se l’uccisione di Sandri viene fatta rientrare in un contesto calcistico, la sperequazione tra lo stop ai campionati imposto dopo l’omicidio Raciti e il rinvio “a macchia di leopardo” (questa partita sì, quella no) e i dieci minuti di ritardo decisi domenica è evidente.

Domenica si è assistito alla coalizzazione di tifoserie avverse, a volte addirittura opposte, contro le forze dell’ordine. Un elemento forse inedito per il resto d’Italia, non per Roma, dove tre anni fa si è verificato il precedente del derby sospeso su pressioni degli ultras…
Ma in realtà non c’è nulla di nuovo. Nel momento in cui viene colpito uno di loro, i tifosi dimenticano di avere colori diversi, solidarizzano e si uniscono contro il “nemico” comune”, che in quel momento è il poliziotto o il carabiniere. Ricordo di avere assistito qualche anno fa a uno scontro tra tifosi del Cesena e del Livorno, in serie C: quando è intervenuta la polizia, i due gruppi hanno cessato di darsele tra di loro e si sono rivoltati contro i poliziotti.

Le informazioni veicolate dai mass media subito dopo il fatto di Arezzo, quando ancora non era stata fatta piena luce sulla dinamica dell’episodio, possono avere “attizzato” il fuoco della violenza ultras?
Il compito degli operatori dell’informazione è quello di diffondere le notizie: domenica la notizia c’era, supportata da riscontri oggettivi, e andava data. Il punto, semmai, è dare le notizie con le dovute cautele e con senso di responsabilità: a Radio Radio sono stato il primo a parlare dell’episodio, omettendo il nome della vittima, ricorrendo a condizionali e sottolineando che la dinamica dell’accaduto doveva ancora essere accertata. Poi, nell’era dei cellulari e di Internet, può capitare che il tam-tam, riprendendo la notizia, a ogni passaggio la arricchisca, rischiando magari di distorcerla.

Gli ultras non sono tutti violenti. È possibile recuperare un dialogo con quel mondo?
Diverse squadre e molti giocatori, a titolo privato, mantengono contatti con questi tifosi. Indubbiamente nel pianeta-ultras non ci sono solo criminali, ma è molto preoccupante sentire il ministro degli Interni Amato parlare di «eversione». In questo senso ho l’impressione che le curve stiano prendendo il posto delle fabbriche e delle università di un tempo: le inchieste e gli arresti di Roma, Napoli e Milano sono molto indicativi. Probabilmente la situazione andrebbe affidata a un organismo che, a differenza dell’attuale Osservatorio sulle manifestazioni sportive, abbia anche poteri decisionali. Non servono leggi speciali: basterebbe applicare seriamente quelle che ci sono, come non è stato fatto, per esempio, con il decreto Pisanu.

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