Redazione

Arriva dal Texas, ed è
l’ultima opera a essere entrata
nel catalogo del grande pittore veneto.
Una Sacra Famiglia
di straordinario livello artistico,
ma soprattutto dal profondo, e partecipato,
messaggio teologico.

di Luca Frigerio

Un intreccio di sguardi, un dialogo di silenzi. Maria regge sulle ginocchia il piccolo Gesù, che la cinge al collo, serrandole un dito con la manina paffuta, in gesti di spontanea tenerezza. Madre e Figlio si volgono l’una verso l’altro: i loro sguardi s’incontrano, eppure sembrano andare ancora oltre , rapiti in pensieri lontani, di quel che è, di quel che sarà. Di un Dio che si è fatto uomo per infinito amore, incarnandosi. Nulla deve essere celato, ormai, come la nudità esibità del Cristo fanciullo , come la divinità rivelata del Messia tra gli uomini.

Un’altra madre è loro accanto, Elisabetta. Anch’essa guarda con occhio materno la sua creatura, colui che sarà voce che grida nel desert o, il precursore, il battezzatore, il martire. E forse un presentimento doloroso le si agita dentro, mentre alza una mano al petto, quasi a sfiorare il capo di suo figlio. Ma Giovannino non s’accorge di nulla, assorto nel contemplare il Figlio dell’Uomo , la bocca aperta come in un angelico canto, lo sguardo alzato verso il divin cugino, e più su ancora, nell’alto dei cieli. A tutto assiste Giuseppe, discreto come sempre sarà, quasi in ombra, come sempre vorrà. Ma il suo sguardo, in realtà, è tutto interiorizzato , concentrato nell’accettazione di quel destino sublime e duro che gli è capitato addosso.

Un capolavoro, che solo un maestro come Mantegna poteva ideare e realizzare. Una di quelle rare opere in cui arte e fede si fondono indissolubilmente, e l’una non esiste più senza l’altra. Oggi, e fino al 2 luglio, questa splendida tavola della Sacra Famiglia con sant’Elisabetta e san Giovannino è eccezionalmente esposta al Museo Diocesano di Milano. Un appuntamento emozionante, davvero da non perdere.

L’opera è l’ultima di quelle entrate nel catalogo di Andrea Mantegna, una ventina d’anni fa soltanto. Attribuito in passato alla scuola leonardesca, pressochè “dimenticato” in una collezione privata francese, il dipinto è stato acquistato nel 1986 dal Kimbell Art Museum di Forth Worth, nel Texas, «il più raffinato piccolo museo d’America», come è definito oltreoceano, non nuovo, del resto, a simili, importanti acquisizioni, soprattutto del Rinascimento italiano.

Sulla paternità mantegnesca della tavola, oggi, dopo il restauro e la ripulitura, più nessuno è dubbioso. Qualche divergenza, invece, rimane tra gli studiosi a proposito della sua datazione. L’affinità stilistica con altre opere della maturità dell’artista veneto (come la celebre Madonna della Vittoria del Louvre), il raffinato gusto antiquario e il modellato scultoreo delle figure (che sembra sottindere il soggiorno romano del Mantegna), spingono alcuni critici a datare questa Sacra Famiglia agli ultimi anni del Quattrocento.

Altri, invece, individuano l’opera in quella che Mantegna stava dipingendo attorno al 1485, ammirata da Eleonora d’Aragona al punto da chiederla in dono a Francesco Gonzaga, all’epoca “datore di lavoro” del nostro artista, come emerge dal carteggio epistolare tra i due. Anni in cui in Andrea poteva ancora essere forte l’emozione per la perdita di suo figlio, aggiungendo così ulteriore forza e sentimento a una pittura già suntuosa. Quanta tenerezza di padre sembra infatti potersi leggere in questa tavola. E in quel Gesù Bambino, il ritratto idealizzato di quell’erede che non avrebbe visto crescere…

Nessuno dei personaggi raffigurati incrocia il nostro sguardo di spettatori. Eppure, nessuno di noi può dirsi estraneo a quanto ci viene mostrato, nessuno può dirsi indifferente a quanto sta assistendo. Maria ci mostra il Redentore, come vivente ostensorio del mistero eucaristico, mentre san Giovanni già mormora: «Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo…». E noi sentiamo che siamo parte di questa Salvezza.

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