La testimonianza di don Vittorio Marelli che, oltre a essere tra gli ultimi sacerdoti ordinati dal cardinale Martini nel 2002, ha avuto con lui un rapporto particolare per la comune esperienza del Parkinson

di Luisa BOVE

don vittorio marelli

Don Vittorio Marelli, insieme ai suoi compagni, è stato tra gli ultimi a essere ordinato prete (era l’8 giugno 2002) dal cardinal Martini e ricorda ancora qundo «mettendo le mie mani nelle sue» ha promesso obbedienza a lui e ai suoi successori. «In quel momento, nella sua stretta di mani, ho ringraziato il Signore per quanto mi aveva donato attraverso le sue predicazioni, il suo amore per la Parola e il suo essere uomo di Dio, capace di leggere gli avvenimenti sempre illuminato dalla Parola, sia negli anni che hanno preceduto il mio ingresso in seminario, nei quali lavoravo in banca e vivevo la vita della mia comunità parrocchiale, sia in quelli della formazione in seminario. Sapevo che non sarebbe stato più il mio Cardinale di lì a poco e accanto alla gratitudine anche un piccolo sentimento di smarrimento ha attraversato il mio cuore. Veniva a mancare uno dei grandi riferimenti della mia vita, proprio quando iniziavo a muovere i primi passi nel ministero».

Poi ha ricevuto la sua prima destinazione da prete novello.
Due settimane dopo l’ordinazione, con i miei compagni eravamo in Curia per ricevere le nostre prime destinazioni. Quando il cardinale ha chiamato il mio nome associandolo alla parrocchia di Bruzzano (B.V. Assunta, ndr), ha notato subito la mia sorpresa. Consegnandomi la busta con la destinazione mi ha detto: «So che ti spaventa il fatto di andare a Milano, in periferia, ma fai un ultimo atto di affidamento nel tuo Vescovo. È la parrocchia che abbiamo pensato per te… vedrai, ti troverai bene e farai del bene». E aggiunse tre piccole indicazioni per entrare con amore in quella comunità. Mi ha indicato la strada sulla quale incamminarmi, su come vivere i primi passi nel vivo del ministero. Aveva ragione. Sono stati 8 anni meravigliosi, con fatiche, ma tanta gioia!  

Poi ha scoperto la malattia, la stessa che aveva colpito Martini…
I primi segni sono affiorati durante il campeggio estivo con i ragazzi dell’oratorio all’Alpe d’Huez, nel luglio del 2007. Rientravo da una gita e nello slacciarmi uno scarpone la mano sinistra si era come bloccata. Dato che questo problema non passava, a partire dall’ottobre di quello stesso anno è iniziata una lunga serie di esami, visite, controlli. Ci sono voluti due anni prima di arrivare alla diagnosi definitiva: morbo di Parkinson!    

Per questo ha poi avuto un rapporto privilegiato con lui.
Venuto a conoscenza dei miei problemi di salute mi ha invitato un pomeriggio a Gallarate. È stato un grande dono del Signore. Le volte in cui in precedenza avevo incontrato personalmente il cardinale Martini (durante i giorni di convivenza in Arcivescovado da diacono con alcuni miei compagni di ordinazione  e alla Festa dei Fiori prima dell’ordinazione) lui solitamente poneva domande e ascoltava molto. Questa volta, invece, la situazione si è capovolta. Lui mi ha parlato per quasi due ore, condividendo le fatiche di una vita abitata dal Parkinson. Prima di congedarmi, siamo andati in chiesa e abbiamo pregato. E lì, in quel momento, mi ha affidato ancora due consegne… come il giorno delle destinazioni. La prima: «Ricorda», mi disse, «che il Parkinson non è una malattia, ma un handicap. Il Parkinson non porta alla morte e da lui non si può guarire. Guardalo, dunque, come un compagno di viaggio, come un inquilino “abusivo e scomodo” con il quale devi imparare a convivere. La seconda: in questa “convivenza” scoprirai ancor di più quanto il Signore ti vuole bene e ti è vicino. Questa “convivenza” è un cammino faticoso, ma ricco della Sua presenza, è una benedizione». Ecco che all’aprirsi di una nuova fase della mia vita, le parole del Cardinale mi hanno indicato la strada sulla quale incamminarmi.

Un bel viatico, ma non sarà stato sempre facile…
Ancora una volta il Signore si è preso cura di me attraverso le parole e l’affetto del cardinal Martini. Aveva ragione. Però a volte il Parkinson ti fa arrabbiare: quando ti costringe a stare fermo in poltrona senza avere neanche la forza nelle mani per sfogliare il breviario o tenere in mano il Vangelo… quando stai vivendo una serata di catechesi con i giovani e all’improvviso tutto si blocca e devi andare a letto… quando stai predicando durante una Messa e inizi a tremare e con umiltà devi dire: “Mi spiace ma non posso andare avanti…” quando vedi i ragazzi partire per la Gmg e tu devi stare a casa… il Parkinson ti fa arrabbiare!

Però il Parkinson le ha insegnato anche qualcosa in più… 
Quando vedi che la tua agenda, prima era piena di orari di riunioni e incontri, ora solo di nomi di persone che ti cercano per confessarsi, per parlare, per una piccola direzione spirituale perché sanno che ci sei… quando scopri di essere sereno, in pace, e che questa serenità non viene da te ma è dono… quando sai che sei attivo solo poche ore al giorno e non butti via più tempo… quando scopri in te il bisogno di essenzialità che ti porta a trovare rifugio nel Signore e a pregare di più… quando scopri che la tua Chiesa ti chiede di stare ancora in oratorio e trovi in essa dei confratelli che si prendono cura di te… beh, ti rendi conto che il Parkinson può essere benedizione! È una benedizione perché ti ricorda che il lavoro più importante è amare e che si può amare anche senza fare!

Oggi, a un anno dalla morte del cardinale Martini, quale ricordo porta nel cuore?
Rispondo con un’immagine del Vangelo. La sua presenza nella mia vita è stata come il lievito: una presenza discreta che ha fatto fermentare la mia vita, l’ha fatta crescere, ponendo nel mio cuore grandi desideri e soprattutto indicandomi in Gesù e nella sua Parola la via per essere felice, per vivere in pienezza, per trovare luce e speranza nei momenti di buio e di fatica. 

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