Dopo 15 anni trascorsi come "fidei donum" nel Paese delle Aquile, don Antonio Giovannini è ora residente a Legnano con incarichi pastorali nella parrocchia di San Pietro. La sua presenza darà un nuovo impulso alla pastorale degli stranieri

di Luisa BOVE

Don Antonio Giovannini

Come nelle prime domeniche di ogni mese da dieci anni a questa parte, anche oggi, alle 15.30, nella chiesa del Redentore a Legnanello (frazione di Legnano), don Antonio Giovannini celebrerà la Messa in lingua per la Comunità albanese. Giovannini è rientrato da poco in Diocesi dopo 15 anni trascorsi in Albania come fidei donum. Dal 1° settembre risiede con incarichi pastorali nella parrocchia di San Pietro a Legnano, ma è anche cappellano vicario della Cappellania dei migranti a Milano. La sua presenza fissa (per prendere contatto: giovannini.antonio@email.it) darà un nuovo impulso alla pastorale degli stranieri in questo territorio: a Legnano sono circa 7 mila, il 10% della popolazione, per la maggior parte albanesi (1300).

«Quelli che frequentano la Messa sono circa 200 – dice don Giovannini -. Vengono anche da fuori perché è l’occasione per non perdere l’identità. Nei giorni scorsi sono stati molto contenti della visita del Papa in Albania, ha fatto notizia e ha dato importanza al loro Paese». Ma l’attenzione agli stranieri viene anche dalla società civile: «Domenica scorsa, per favorire l’integrazione, in Comune si è svolta la cerimonia per conferire la cittadinanza onoraria a tutti i bambini nati a Legnano».

La sua passione per l’Albania nasce da lontano…
Sì, mi ero occupato di stranieri già a Monluè, poi sono stato mandato a Garbagnate Milanese dal 1996 al 1999. Ma nel 1997 c’è stata una piccola guerra civile in Albania e da noi è arrivato un gruppo di albanesi. Dopo averli ospitati ho pensato di andare a vedere da dove venivano, perché partivano… Sono andato là e ho visto una situazione disastrata: quasi tutti i sacerdoti e i religiosi erano stati uccisi, c’erano solo pochi preti stranieri (kosovaro e italiano) sparsi su un territorio enorme. Lì è nata la vocazione per l’Albania e mi sono mescolato alla loro storia e alla loro cultura.

Qual è stata la sua esperienza?
Prima ho vissuto 10 anni a Scutari e mi sono occupato dei montanari di Koman. In seguito ho iniziato un’attività di promozione con le Acli che hanno aperto un patronato prima a Scutari e poi a Tirana. Avevamo vinto un bando del Ministero Affari esteri per aiutare gli emigrati albanesi che erano stati all’estero, ad avviare attività con idee innovative una volta rientrati in patria. Gli ultimi cinque anni li ho vissuti al confine col Kosovo, sulle montagne (qualcuno dice «a casa di Dio», altri «a casa del diavolo»), dove c’è una popolazione molto viva e molto rude. È stata un’esperienza bella, ma molto forte. Così quando il Vicario generale mi ha detto che era ora di tornare mi dispiaceva, ma mi sentivo anche stanco, sempre coinvolto in tante cose. Gli ho detto che parlavo albanese, conoscevo la loro cultura e avevo esperienza nel mondo delle Acli. Mi hanno mandato a Legnano dove c’è una parrocchia che ha bisogno di aiuto, una grande comunità di albanesi con tanti cattolici e un’associazione.

A Legnano cosa farà?
Qui ci sono molte donne, anziani e adulti che cercano la confessione in lingua albanese e qualcuno che capisca la loro cultura. Tanti chiedono i sacramenti e per lo più vanno nelle parrocchie, ma a volte la catechesi è molto astratta e non sempre capiscono: per questo occorre la mediazione di un albanese che li aiuti nel percorso. A Legnano ci sono 9 parrocchie e tanti albanesi sono già integrati, ma bisogna aiutare i parroci ad avvicinarsi alla loro cultura e alla loro storia. Devo ancora capire se limitarmi a questa zona o aprirmi al territorio.

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