«Pare che usciremo insieme». Non era stato un invito, ma un inizio così: una frase semplice, diretta, anche rude nel suo stile, che aveva dato avvio alla collaborazione di lavoro tra Giancarlo Iasoni (63 anni, da oltre trenta in Itl, società editrice della Diocesi, ndr) e chi scrive queste righe che non avrebbe mai voluto scrivere. Sì perché da allora, da quel “cominciamento” come lo chiamavamo scherzando, di tempo ne è passato tanto: anni e anni trascorsi a fare immagini, a confezionare servizi, a mettere insieme le date degli impossibili calendari delle uscite e delle trasferte, sempre raccontando con passione la nostra Chiesa, la vita della Diocesi, il magistero degli Arcivescovi che abbiamo avuto il privilegio di seguire.
E ora che i ricordi si rincorrono, che la memoria fa fatica a tenere in fila tante istantanee – a volte così buffe che, pare strano, ma viene da sorridere, a volte dolorose -, forse c’è un unico “filo rosso” che lega tutto l’impegno professionale da lui voluto, perseguito, amato, fino alla fine, fino a quando è stato possibile. E, allora, mi piace immaginare che quella medaglia che è stata consegnata a “Gianca”, circondato dall’amicizia, dall’affetto e dalla stima dei colleghi, dall’arcivescovo Mario Delpini al Museo Diocesano (sembra impossibile sia stato solo pochi giorni fa in occasione degli auguri di Natale della Curia), sia stato solo il ringraziamento per una meritata pensione, dopo un impegno che, talvolta, gli levava il fiato, ma mai la certezza di compiere per intero il proprio dovere.

«Ce l’hai fatta?», chiedevo, «Certo, come è ovvio», mi rispondeva. Non c’era bisogno di molte parole: il lavoro veniva, viene prima di tutto, anche se, a volte complici il ritorno a Milano dalle visite pastorali del cardinale Scola nei decanati della Diocesi e un po’ di stanchezza, qualche pensiero personale emergeva delle rispettive vite, qualche speranza, qualche delusione, qualche vicenda rimasta per tanto tempo tra le pieghe irrisolte, magari, soprattutto degli anni “giovani”.
O quando, ad esempio, a Natale, avviandosi verso le celebrazioni presiedute di prima mattina dall’Arcivescovo in carcere o di fronte a grandi e tragici fatti di cronaca, parlavamo di tutto, di politica, di ciò che ci circondava, del mondo.
Due flash per tutti: il giorno della sciagura della Costa Concordia, attaccati alla radio, quasi non volevamo scendere dall’auto per capire, increduli, cosa fosse accaduto; e così anche per quando arrivarono le prime notizie delle stragi del 7 ottobre in Israele. Ma, poi, via anche se in silenzio al lavoro che incombeva, perché questo doveva fare. Doveva e lo fece anche la mattina di sole che, raggiungendo una parrocchia, mi disse che «in effetti qualcosa, che non va nelle analisi, c’è». La prima – come al solito asciutta – avvisaglia della malattia che non gli ha lasciato scampo. Di come sia proseguita, tra cure, speranze e sofferenze, ne avremmo parlato ancora, tanto, purtroppo, negli ultimi mesi al telefono.
Ma, poi, però ci sono i momenti belli: mi basta pensare alle più di 40 visite a Expo 2015 (con le risate e la “birretta” che era uno strappo al suo stile di vita sobrio che gli invidiavo molto), ai pellegrinaggi a Roma, ai cresimandi a San Siro, ai campeggi estivi dei nostri oratori, a ogni 8 settembre, con quel «dai, che ricominciamo», che era il necessario lasciapassare per tutto l’anno pastorale che si avviava in Duomo.
Che la terra ti sia lieve, Giancarlo, come dicemmo con un’espressione che amavamo entrambi e che abbiamo usato, in una giornata torrida di agosto, per le esequie del cardinale Tettamanzi. E lo sarà perché le persone per bene non muoiono mai nei nostri cuori.



