Un progetto in atto nel Decanato nel 2008 presta attenzione alla dimensione relazionale, attraverso forme di accompagnamento di famiglie in difficoltà da parte di altri nuclei

di Mauro COLOMBO

Fin dal suo varo il Fondo Famiglia-Lavoro non ha voluto esaurirsi nel pur fondamentale intervento di carattere economico-finanziario, puntando anche a un’opera di sensibilizzazione culturale che favorisse l’instaurarsi di nuovi “stili di vita”.

Questa seconda ottica è comune alla proposta “Famiglie solidali” – o meglio, “Famiglie che si prendono cura” -, in atto dal 2008 nel Decanato di Erba. Un progetto che non risponde a urgenze economiche primarie delle famiglie (il pagamento delle bollette, la ricerca di un’occupazione e così via), ma presta attenzione alla dimensione relazionale a medio-lungo termine. «Il nostro punto di partenza – spiega Giovanna Marelli, referente del progetto per conto della Caritas della Comunità pastorale “Sant’Eufemia” di Erba – è stata la consapevolezza che, in momenti di crisi, non viene meno solo la stabilità del singolo (il capofamiglia che perde il lavoro o non riesce a conservare alla sua famiglia lo status che aveva conquistato, lo straniero che vede fallire il suo progetto migratorio…), ma anche quella delle relazioni, messe in difficoltà da tensioni e pressioni fortissime».

Che cosa succede in concreto? Grazie ai rapporti coi Servizi sociali o con le scuole del territorio, la Caritas locale viene a conoscenza di situazioni familiari in bilico per problemi finanziari. Quindi interviene attraverso la vicinanza di altre famiglie, magari – ma non necessariamente – già in contatto con il nucleo bisognoso (perché abitano vicine o hanno i figli compagni di scuola). Il sostegno può realizzarsi attraverso una forma di accudimento dei figli – accompagnarli a scuola, aiutarli a fare i compiti, trattenerli fino all’ora di cena – che non è un affido e non sostituisce in alcun modo la genitoralità piena di padri e madri effettivi, ma consente loro di concentrarsi sul lavoro o sulle necessità più urgenti. «Si creano così rapporti di accompagnamento informale e di relazione gratuita – precisa Marelli -. Non è un ritorno a modelli del passato, quanto una forma di vicinanza completamente nuova». Oggi sono una decina le famiglie coinvolte attivamente ad accompagnare altrettanti nuclei in momentanea difficoltà. Altri rapporti si sono sviluppati tra singoli o tra una famiglia e una persona sola in situazione particolarmente faticosa o a rischio.

Il progetto ha risvolti impegnativi, ma anche intriganti. Da una parte, la relazione non può avere un carattere temporaneo. «Non può essere che, una volta usciti dalla crisi, non si ha più bisogno dell’altro – sottolinea Marelli -. Le relazioni di appartenenza sono definitive: se mi affeziono a te ed entro in rapporto con te, poi non posso pensare che mi scada il “contratto”…». D’altra parte la relazione fiduciaria può avere anche una ricaduta “educativa”. «Se la crisi economica di una famiglia nasce da una cattiva gestione interna delle risorse, sarebbe sbagliato presentarsi con una propria “ricetta” preconfezionata – spiega Marelli -. Altro discorso è invece creare appunto un rapporto di fiducia, in base al quale si potrà poi provare a discutere il modello gestionale all’origine dei problemi…». E non è escluso neppure uno “scambio” futuro di ruoli, tra la famiglia che aiuta e quella che viene aiutata, «non nella logica economica del do ut des, ovviamente, quanto in quella di una più ampia coesione comunitaria».

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