La dimensione educativa del ministero


Redazione

Sono dedicati al tema dell’educazione gli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020 la cui bozza, esaminata dal Consiglio episcopale permanente della Cei, verrà discussa e approvata nel corso dell’Assemblea generale dei vescovi italiani in programma a Roma dal 24 al 28 maggio. Nella sua prolusione al Cep, il cardinale presidente Angelo Bagnasco aveva tra l’altro sottolineato l’importanza, nell’Anno sacerdotale in corso, di una «declinazione educativa del compito sacerdotale». «Il sacerdote – aveva affermato il presidente Cei – è l’uomo della Parola, la quale ha in sé una potenza invincibile. Nella misura in cui è immessa nel processo educativo» non può «non produrre frutto».
La questione educativa interpella tutti con processi e dinamiche sempre più complessi. In che modo il prete può incidere su di essi? Ne parla Paola Bignardi, pedagogista e membro del Comitato per il progetto culturale della Cei.

Se il prete è l’uomo della Parola, qual è la possibile relazione tra Parola di Dio e vocazione all’educare?
Proprio perché il prete è uomo della Parola, è uomo dell’educazione. La Parola testimonia l’amore e la cura con cui Dio educa il suo popolo; il Vangelo è la narrazione suggestiva di incontri carichi di umanità, attraverso i quali Gesù aiuta persone di ogni condizione a scoprire le domande profonde che portano nel cuore e ad aprirsi all’amore del Padre. La Parola dunque non solo aggiunge spessore al compito educativo, ma propone uno stile di riferimento esigente e liberante. Può aggiungere certo autorevolezza al prete, se egli vive questo aspetto della sua vita come un servizio che rende obbediente lui per primo alla Parola che annuncia e propone. Ma al tempo stesso il prete deve vigilare affinché questo non configuri un ruolo che dà prestigio. L’autorevolezza è ben diversa dal prestigio umano.

La questione educativa si colloca al cuore della questione antropologica che implica la riflessione e la ricerca della verità sull’uomo, nonché la centralità della persona. Come si può porre il sacerdote-educatore in questo orizzonte?
Credo che il sacerdote, in quanto educatore, debba guardare alla vita delle persone e alle caratteristiche storiche di esse con attenzione e con il desiderio di capire. Oggi sono in atto cambiamenti profondi che riguardano la visione della vita e il modo stesso di pensare il valore della persona. Se ci si dovesse porre in un atteggiamento di distanza o di giudizio, si perderebbe la possibilità di accompagnare le persone all’incontro con il Signore e il suo Vangelo. L’educazione ha bisogno di educatori che sappiano avere fiducia nell’altro: solo in questo modo si può aiutare quest’ultimo a compiere il suo cammino verso il bene.

In che cosa consiste il ruolo di guida e “accompagnatore” del sacerdote, e come può questi offrire ragioni di senso e di speranza ai giovani?
Il prete è una persona che sa farsi vicino, che sa capire; che sa intuire il momento in cui è bene parlare e quello in cui è meglio tacere e attendere… Don Bosco, che è un modello di educatore anche per ogni sacerdote, ha inventato di tutto per entrare in confidenza con i suoi ragazzi. La vicinanza e la fiducia aprono la strada a dialoghi personali importanti, quelli in cui si comunica in profondità. E poi ai giovani occorre mostrare che l’ideale per cui si vive dà gioia, dà pienezza all’esistenza e permette di provare il gusto della vita.

Il prete conosce gli stessi smarrimenti e crisi di identità che impediscono oggi a tanti adulti di essere educatori? Se sì, come si può intervenire?
Penso sia naturale che il prete abbia le stesse difficoltà degli adulti di oggi, da certi punti di vista accresciute dal carattere esigente della sua scelta; per altri versi, facilitate dalla sua fede nel Signore e nel suo aiuto. Certo un prete impara ad essere educatore attraverso percorsi formativi attenti a questo aspetto del ministero, ma lo impara anche mettendosi in ascolto della sua stessa esperienza, disposto a mettersi in gioco. E infine: anche per il prete, come per i genitori e gli insegnanti, se vi fossero momenti e occasioni dedicati a continuare a far crescere le persone in maniera permanente, proprio sul piano educativo, questo non potrebbe che aiutare a superare tante difficoltà che a volte tarpano le ali e danno un senso di pesantezza.

Come vede, alla luce di tutto questo, il rapporto tra preti e laici?
Sì. Il prete può dare ai laici un orizzonte ampio, quello che attinge alle ragioni della fede e alla prospettiva del Vangelo, e può imparare mettendosi in ascolto della loro esperienza, che è necessariamente diversa dalla sua. I laici devono rettificare le loro domande, chiedendo al prete di occuparsi delle persone, senza pretendere che si dedichi alle mille iniziative di cui oggi sono cariche le sue giornate. E possono imparare il valore di una dedizione che ha portato a lasciare tutto, certo per il Signore, ma anche per le persone che Egli affida loro nel ministero. Sono dedicati al tema dell’educazione gli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020 la cui bozza, esaminata dal Consiglio episcopale permanente della Cei, verrà discussa e approvata nel corso dell’Assemblea generale dei vescovi italiani in programma a Roma dal 24 al 28 maggio. Nella sua prolusione al Cep, il cardinale presidente Angelo Bagnasco aveva tra l’altro sottolineato l’importanza, nell’Anno sacerdotale in corso, di una «declinazione educativa del compito sacerdotale». «Il sacerdote – aveva affermato il presidente Cei – è l’uomo della Parola, la quale ha in sé una potenza invincibile. Nella misura in cui è immessa nel processo educativo» non può «non produrre frutto».La questione educativa interpella tutti con processi e dinamiche sempre più complessi. In che modo il prete può incidere su di essi? Ne parla Paola Bignardi, pedagogista e membro del Comitato per il progetto culturale della Cei.Se il prete è l’uomo della Parola, qual è la possibile relazione tra Parola di Dio e vocazione all’educare?Proprio perché il prete è uomo della Parola, è uomo dell’educazione. La Parola testimonia l’amore e la cura con cui Dio educa il suo popolo; il Vangelo è la narrazione suggestiva di incontri carichi di umanità, attraverso i quali Gesù aiuta persone di ogni condizione a scoprire le domande profonde che portano nel cuore e ad aprirsi all’amore del Padre. La Parola dunque non solo aggiunge spessore al compito educativo, ma propone uno stile di riferimento esigente e liberante. Può aggiungere certo autorevolezza al prete, se egli vive questo aspetto della sua vita come un servizio che rende obbediente lui per primo alla Parola che annuncia e propone. Ma al tempo stesso il prete deve vigilare affinché questo non configuri un ruolo che dà prestigio. L’autorevolezza è ben diversa dal prestigio umano.La questione educativa si colloca al cuore della questione antropologica che implica la riflessione e la ricerca della verità sull’uomo, nonché la centralità della persona. Come si può porre il sacerdote-educatore in questo orizzonte?Credo che il sacerdote, in quanto educatore, debba guardare alla vita delle persone e alle caratteristiche storiche di esse con attenzione e con il desiderio di capire. Oggi sono in atto cambiamenti profondi che riguardano la visione della vita e il modo stesso di pensare il valore della persona. Se ci si dovesse porre in un atteggiamento di distanza o di giudizio, si perderebbe la possibilità di accompagnare le persone all’incontro con il Signore e il suo Vangelo. L’educazione ha bisogno di educatori che sappiano avere fiducia nell’altro: solo in questo modo si può aiutare quest’ultimo a compiere il suo cammino verso il bene.In che cosa consiste il ruolo di guida e “accompagnatore” del sacerdote, e come può questi offrire ragioni di senso e di speranza ai giovani? Il prete è una persona che sa farsi vicino, che sa capire; che sa intuire il momento in cui è bene parlare e quello in cui è meglio tacere e attendere… Don Bosco, che è un modello di educatore anche per ogni sacerdote, ha inventato di tutto per entrare in confidenza con i suoi ragazzi. La vicinanza e la fiducia aprono la strada a dialoghi personali importanti, quelli in cui si comunica in profondità. E poi ai giovani occorre mostrare che l’ideale per cui si vive dà gioia, dà pienezza all’esistenza e permette di provare il gusto della vita.Il prete conosce gli stessi smarrimenti e crisi di identità che impediscono oggi a tanti adulti di essere educatori? Se sì, come si può intervenire? Penso sia naturale che il prete abbia le stesse difficoltà degli adulti di oggi, da certi punti di vista accresciute dal carattere esigente della sua scelta; per altri versi, facilitate dalla sua fede nel Signore e nel suo aiuto. Certo un prete impara ad essere educatore attraverso percorsi formativi attenti a questo aspetto del ministero, ma lo impara anche mettendosi in ascolto della sua stessa esperienza, disposto a mettersi in gioco. E infine: anche per il prete, come per i genitori e gli insegnanti, se vi fossero momenti e occasioni dedicati a continuare a far crescere le persone in maniera permanente, proprio sul piano educativo, questo non potrebbe che aiutare a superare tante difficoltà che a volte tarpano le ali e danno un senso di pesantezza.Come vede, alla luce di tutto questo, il rapporto tra preti e laici?Sì. Il prete può dare ai laici un orizzonte ampio, quello che attinge alle ragioni della fede e alla prospettiva del Vangelo, e può imparare mettendosi in ascolto della loro esperienza, che è necessariamente diversa dalla sua. I laici devono rettificare le loro domande, chiedendo al prete di occuparsi delle persone, senza pretendere che si dedichi alle mille iniziative di cui oggi sono cariche le sue giornate. E possono imparare il valore di una dedizione che ha portato a lasciare tutto, certo per il Signore, ma anche per le persone che Egli affida loro nel ministero.

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